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Lo scrigno della bellezza: l’Hermitage

  • 3 Aprile 2026
  • Redazione
Hermitage, la Scala Giordano
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Eccoci alla seconda puntata della rubrica “Mirabilia”, che ci fa entrare nei dettagli preziosi di musei e residenze tra i più prestigiosi al mondo, raccontandoci le storie affascinanti di come nacquero e si arricchirono le straordinarie collezioni d’arte che ancora oggi custodiscono. Dopo la prima uscita con il Museo d’Orsay, l’autrice ci porta a S. Pietroburgo per guidarci all’interno del mitico Palazzo d’Inverno, la cui visita, lo diciamo per esperienza vissuta, è assolutamente indimenticabile per magnificenza ed unicità. Ed anche, con un pizzico d’orgoglio nazionale, per il tocco raffinato che gli architetti italiani incaricati del progetto seppero conferire ai grandi ed opulenti spazï.

Palazzo d’Inverno, facciata – S. Pietroburgo

Di Lisa Carmignotto Bettella

Lungo le glaciali acque del Neva, nel cuore di San Pietroburgo, svetta imponente uno dei più grandi e antichi musei del mondo, l’Hermitage, ove arte e cultura si uniscono in un dolce sposalizio.

La storia della collezione museale principia in seno alla reggia Romanov – il sontuoso Palazzo d’Inverno – attorno al 1764, allorché l’imperatrice Caterina II iniziò ad acquistare dipinti di vari artisti occidentali (lavori di antichi maestri che il mercante berlinese Johann Gotzkowski aveva raccolto per il sovrano Federico II di Prussia), dando cominciamento a una passione che trasformò ben presto la galleria privata in una vera e propria collezione d’arte dagli orizzonti immensi (in meno di dieci anni si unirono ai primi pezzi le opere del conte Heinrich von Bruhl e del barone Pierre Crozat, oltre alla Giuditta di Giorgione, alcuni dipinti di Rembrandt, Rubens, Raffaello, Poussin, Tiziano e Veronese; quindi la collezione del primo ministro inglese Robert Walpole, la Madonna Litta e la Madonna Benoit di Leonardo, la Madonna Conestabile di Raffaello e alcune sculture di Canova), fungendo in seguito da raffinatissimo ritrovo per rendez-vous tra intellettuali e artisti.

A partire dal tumultuoso 1917, alcune sale del Palazzo d’Inverno furono trasformate in ospedale, e gli oggetti più preziosi delle collezioni inviati precauzionalmente a Mosca. Nel primo dopoguerra, l’Hermitage venne nazionalizzato e l’apertura al pubblico delle sue colossali porte ufficializzò la democratizzazione della cultura. Col trascorrere degli anni, allo storico Palazzo d’Inverno si affiancarono il Piccolo, il Grande e il Nuovo Ermitage.

Sala del Padiglione, dettaglio

Emblema dell’architettura barocca, il monumentale Palazzo d’Inverno fu progettato dal raffinato architetto italiano Francesco Bartolomeo Rastrelli su commissione dell’imperatrice Elisabetta Petrovna.

Realizzato tra il 1754 e il 1762, il sontuoso edificio fu presto arricchito di statue e vasi che ornarono i tetti delle eleganti facciate del colonnato a due livelli, e una profusione di decorazioni in stucco, rocaille e frontoni spezzati crearono un ricco gioco di luci e ombre. A ciascuna delle quattro facciate fu attribuito uno specifico stile, conferendo così movimento e ritmo alla struttura: la settentrionale, affacciata sul Neva, con il suo infinito colonnato; la meridionale, rivolta con solennità alla piazza, dotata di tre archi e ingresso cerimoniale; l’orientale, che ne ospitava le dimore nobiliari, con vista su via Millionnaya; l’occidentale, affacciata sull’Ammiragliato, che evocava le tipiche tele ad olio con palazzi di campagna e cortili.

Oggi più di tre milioni di opere sono ospitate nelle famose sale del complesso museale, coprendo un arco temporale vastissimo con spazi dedicati all’età paleolitica, neolitica e del Bronzo, all’Antico Egitto, alla Siberia, alla storia dell’Orda d’Oro e del Daghestan; una galleria di ritratti di casa Romanov e la biblioteca di Nicola II, la sala degli Stemmi e quella del Feldmaresciallo, la sala Petrovski e la sala di San Giorgio; spazi dedicati all’arte francese (la sala Bourdon, la sala Lorraine e la sala Poussin), e quelle di arte cinese, indiana, bizantina, nonché gli eleganti appartamenti dell’imperatrice Maria Alexandrovna i quali, oltre alle più conosciute sale espositive come la sala dello Stato Maggiore (o Sala bianca), le due Sale del Trono (grande e piccola), quella dell’Armeria e la Sala della Malachite, conservano l’incommensurabile valore storico di questo straordinario edificio.

Il Corridoio delle Logge

Per i decori del salotto della consorte di Nicola I, l’imperatrice Alessandra Feodorovna, fu scelta la colorata malachite, il carbonato di rame dalla riconoscibile tinta verde che diede poi il nome a questa opulenta ala dell’edificio. Per gli elementi di arredo fu utilizzata la tecnica del “mosaico russo” e sulla superficie parietale è raffigurata un’immagine allegorica della Notte, del Giorno e della Poesia. Questo salotto del Palazzo d’Inverno ospitò le riunioni del Governo Provvisorio tra il giugno e l’ottobre del fatidico 1917.

la Sala della Malachite

L’Anticamera, il cui progetto fu disegnato dall’architetto italiano Giacomo Quarenghi, funge da raccordo tra diverse sale di rappresentanza ed è caratterizzato da eleganti rifiniture come la cornice in stucco, che ne divide le pareti marmoree, e il soffitto decorato con la rappresentazione del Sacrificio di Ifigenia. Sul pregiato parquet poggia il basamento della nota rotonda con colonne in malachite e cupola in bronzo dorato, commissionata tra gli anni 1820 e 1830.

Anticamera, dettaglio della rotonda in malachite

Oltre all’Anticamera, il Quarenghi si occupò del progetto della Sala di San Giorgio (o Grande Trono), realizzata nei primi anni del 1840 seguendo il disegno dell’architetto italiano. La sala e il suo colonnato perimetrale sono impreziositi con marmo di Carrara e bronzo dorato che ne conferiscono sontuosità. Il Grande Trono Imperiale fu commissionato dall’imperatrice Anna Ioannovna: il magnifico pavimento in parquet intarsiato è composto da ben 16 diverse essenze di legno, e l’arredamento formale consente di ospitare cerimonie e ricevimenti ufficiali.

LA Sala di San Giorgio (Grande Trono)

La Sala di Alessandro è dedicata alla memoria dell’imperatore Alessandro I e alla Guerra Patriottica del 1812: quest’ala del Palazzo d’Inverno combina elementi in stile gotico con altri in stile classico, come ben testimoniano i 24 medaglioni del fregio, allegorie degli eventi più significativi della Guerra Patriottica e delle campagne straniere di metà Ottocento. Questa splendida sala, le cui pareti turchine riprendono i colori degli esterni, ospita una mostra di argenteria artistica con pezzi risalenti al XVI-XIX secolo e provenienti da vari territori europei quali Germania, Francia, Portogallo, Danimarca, Svezia, Polonia e Lituania.

La Sala di Alessandro

Altrettanto incantevole è indubbiamente il Salotto d’Oro, facente parte degli appartamenti dell’Imperatrice Maria Alexandrovna, realizzato tra il 1838 e il 1841. Il soffitto e le pareti furono decorati con raffinati stucchi dorati, e l’arredamento venne completato da un camino in marmo con colonne di diaspro, e impreziosito da un bassorilievo, un mosaico, porte dorate e uno splendido pavimento in parquet.

Il Salotto d’Oro

I tesori custoditi in questo immenso scrigno d’arte sono innumerevoli: ad accogliere i visitatori in un abbraccio di sfarzo e sublime eleganza non solo tele e sculture, ma anche maioliche pregiate come le ceramiche dei Servizi imperiali (squisiti quello arabesco e quello a rete cobalto), e le famose figurine di cosacchi e popoli delle steppe siberiane.

Per quanto concerne l’arte applicata, vi sono tessili, suppellettili, bibelots e monili di sopraffina fattura: il caftano russo con piccolo motivo floreale in seta, polsini e colletto in broccato d’oro, risalente al tardo XIX secolo; gli abiti delle imperatrici Maria e Alexandra Feodorovna esposti nella Galleria dei Costumi; affascinanti anche la replica in miniatura delle insegne imperiali – composte da corona grande, corona piccola e globo adagiati su cuscini di velluto bianco, e lo scettro inserito in una presa d’argento – e l’orologio solare meccanico equatoriale universale in ottone, ad opera del maestro Nikolai Galaktionovich Chizhov, creazione degli inizi degli anni sessanta del Settecento.

Oltre alla vastissima raccolta di libri rari, medaglie e francobolli, degne di nota sono anche la glittica e la sezione numismatica con la sua ricca collezione di talleri, copeche e rubli, nonché le esposizioni musive e le splendenti vetrate colorate.

Il Sigillo da tavolo dell’imperatore Alessandro II di Russia

Il pittore di corte Alexander Roslin fu commissionato dall’imperatrice Caterina II per la raffigurazione su tela del futuro zar. Nel ritratto, il ventitreenne Paolo I posa in un paltò di velluto rosso con jabot in pizzo; sulla spalla destra, il giovane uomo porta a tracolla, sopra la redingote rossa con bottoni intarsiati, il grande nastro riccamente decorato dell’Ordine di Sant’Andrea, sul quale è appuntata la croce di diamanti dell’Ordine di Sant’Anna tramandatagli dal padre, lo zar Pietro III.

I tratti del viso di Paolo – lo sguardo lieto e il sorriso appena accennato, quasi timido – appaiono morbidi e distesi, decisamente in contrasto con la linea dura che caratterizzò il suo regno ai limiti della tirannia e del dispotismo, la cui politica estera ardimentosa e vivace lo vide coinvolto in diverse cospirazioni che culminarono nel 1801 quando fu assassinato nel suo palazzo, il castello Mikhaïlovski.

Ritratto del Granduca Pavel Petrovich, futuro Imperatore Paolo I di Russia di Alexander Roslin

Tra le tele più interessanti ospitate a Palazzo d’Inverno quella raffigurante la figlia di un boiardo che indossa un kokoshnik. Antico copricapo russo femminile, il kokoshnik è caratterizzato da un’alta cresta simile alla coda di un gallo (nell’antica Rus’ “gallina” si traduce infatti con il lemma “kokosh”, che diede poi nome al capo); alla cresta rialzata del kokoshnik si usava fermare una stoffa, che fasciava la testa e talvolta anche il collo. Solitamente indossato dalle donne sposate, le quali in passato dovevano coprire il capo e nascondere i capelli, tale accessorio era indossato in occasioni di feste e cerimonie: realizzato con ottimi tessuti e adornato con perle di varia dimensione, il kokoshnik era venduto a caro prezzo, pertanto veniva conservato con grande scrupolo e trasmesso in eredità, di generazione in generazione, quale simbolo elitario dell’aristocrazia russa.

Durante il suo regno, Pietro il Grande contrastò le tradizioni dei boiardi (dal russo “bojar”, etimo con il quale si identificavano i nobili russi nell’XI secolo che ricoprirono dapprima il ruolo di capi militari alla mercede ducale e, in seguito, le vesti dei possessori di latifondi e servi), ordinando agli uomini il taglio della barba e alle dame il divieto di indossare il kokoshnik. Presto tale copricapo fu svincolato  dall’appartenenza all’alta società, divenendo appannaggio unicamente delle donne dei mercanti e dei contadini. Sarà Caterina la Grande, assurta al trono nel 1762, che per rimarcare la sua appartenenza alla patria russa riportò in auge il kokoshnik quale accessorio essenziale per i balli in maschera, posando essa stessa davanti ai ritrattisti di corte con l’originale copricapo.

Sulla tela si riconosce una giovane boiarda dalla carnagione lattea e le sopracciglia corvine ben disegnate, che contrastano il candore della pelle e del vestiario di cui si intravede un calicò in velo leggero e parzialmente trasparente, con polsini e bavero finemente decorati con gemme preziose. Sul copricapo, della medesima nuance dell’abito e orlato da file di perle che ricadono sulle spalle, sono applicate altre pietre –  rubini e smeraldi con taglio marquise e ovale – che donano luce al viso della nobildonna.

Figlia di boiardo con copricapo Kokoshnik di Sofya Junker-Kramskaya

I venticinque anni del regno di Alessandro I videro il Gabinetto Imperiale, che tra le altre mansioni assicurava l’operatività della Fabbrica Imperiale di Porcellana, guidato dal conte Dmitry Guryev il quale, sin dalla presa di servizio, si impegnò per riorganizzare l’impresa reale reclutando nuovo personale altamente qualificato – tra cui un docente di tecnologia dell’università di Ginevra e tre maestri artigiani dalla Fabbrica Reale di Berlino. Successivamente si premurò di invitare alla fabbrica l’esimio scultore dell’epoca Stepan Pimenov (già professore associato all’Accademia delle Arti), nonché vari artisti europei e tornitori provenienti dalla Manifattura di Sèvres, che all’epoca dettava le tendenze mondiali della porcellana.

Nel primo quarto del XIX secolo il classicismo russo fiorì nelle arti, e il prodotto più significativo che la fabbrica realizzò in questo periodo fu senza dubbio il servizio Guryev, che prese nome proprio dal capo di Gabinetto – sebbene inizialmente appellato semplicemente “russo”, come testimoniato dai documenti d’archivio statali emessi fino al 1824.

Servizio “russo” Guryev e dettaglio della collezione

Il servizio da tavola formale, in origine progettato per una cinquantina di coperti, fu commissionato dallo zar Alessandro I e destinato al Palazzo d’Inverno. Le spettacolari maioliche includono un assortimento che con il trascorrere degli anni fu costantemente ampliato e migliorato (pare che solo durante il regno della casata Romanov furono creati circa 4.500 pezzi): gli oggetti raffigurano scene di vita dell’allora società russa e comprende tazze, zuppiere, piatti, vasi e brocche sulle cui superfici sono raffigurate con certosina maestria le vedute pietroburghesi e moscovite di Peterhof e Gatchina, oltre a illustrazioni tratte dai tradizionali libri “Popoli di Russia” e “Scene e tipi di San Pietroburgo”. La base del servizio annovera piatti bordati in ciliegio scuro e complessi ornamentali in oro, ove cesellati gruppi scultorei di contadine e giovani sorreggono con grazia il vasellame (ciotole e cesti) sopra la testa. Il matrimonio cromatico composto da rosso-marrone-oro evidenzia l’eleganza e la regalità del servizio di porcellana, certificando questo ensemble ceramico come autentico chef-d’œuvre di incommensurabile bellezza.

Un dettaglio della collezione Guryev

Nel 1848 l’imperatore Nicola I ordinò che il servizio Gurevsky fosse trasferito dal Palazzo d’Inverno alla sua residenza di campagna Peterhof. Benché il servizio fosse già completo, si continuarono ad aggiungere nuovi elementi fino all’inizio del XX secolo finché, con l’avvento del potere sovietico, parti della collezione furono trasferite da Peterhof ad altri musei oppure vendute. Sopravvissuta a tutti gli sconvolgimenti del XX secolo, i pezzi principali del servizio Gurevsky sono ancora conservati nel Museo-Riserva Statale di Peterhof, esposti nell’Ala Caterina del Palazzo Monplaisir.

Lisa Carmignotto Bettella


Docente, antichista, biografa e ricercatrice indipendente. Autrice di numerosi articoli di letteratura classica e arte. Nel settembre del 2025 è stato pubblicato il suo primo saggio “Creta Minoica. Il Gioiello del Mediterraneo” (Prospettiva Editrice) <<LINK

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