Di Lisa Carmignotto Bettella
Nel cuore delle capitale austriaca, in un’incantevole residenza imperiale, l’arte attraversa i secoli e dialoga con il presente: il magnifico palazzo degli Asburgo custodisce gelosamente tesori di inestimabile valore, capolavori che raccontano l’arte europea a cavallo tra Rinascimento e contemporaneità. Un viaggio tra le visioni di Dürer, la luce degli impressionisti, le inquietudini di Schiele e l’audacia di Picasso, in un incontro tra bellezza e memoria, tra l’intimità del segno tracciato sulla carta e la grandiosità delle sale imperiali che ancora conservano l’eleganza di un’epoca passata.
Affacciato sulla meravigliosa città di Vienna, l’Albertina Museum nacque nel 1776, per volere del duca Alberto Casimiro di Sassonia, come raccolta enciclopedica di disegni e incisioni: nel corso del tempo la collezione si ampliò con dipinti e fotografie, arricchendo la sua già prestigiosa architettura, e ad affiancare la celebre collezione grafica fu istituita la Collezione Batliner, con le tele degli impressionisti francesi che ammaliano i visitatori in contemplazione.

La storia dell’Albertina è strettamente legata all’evoluzione della corte asburgica, delle fortificazioni di Vienna e della nascita dei grandi musei pubblici europei.
L’area su cui sorge l’Albertina occupava una posizione strategica sopra il cosiddetto Augustinerbastei (“Bastione degli Agostiniani”), una sezione delle mura cittadine adiacente alla corte imperiale della Hofburg. Il complesso era dunque parte delle possenti fortificazioni che proteggevano Vienna dagli attacchi esterni, ma nel XVII secolo fu adibito a sede degli uffici dell’amministrazione imperiale fino a quando verso metà Settecento, durante il regno di Maria Teresa d’Austria, il conte Emanuel Teles da Silva-Tarouca ottenne il terreno e vi fece costruire la residenza aristocratica del Palais Tarouca, progettato secondo il gusto tardobarocco viennese.
Tra il 1792 e il 1793 il palazzo passò ad Alberto Casimiro di Sassonia, Duca di Teschen, celebre comandante militare che guidò l’esercito imperiale nella vittoria di Custoza del 1866, e tra i più importanti collezionisti d’arte del suo tempo, con una raccolta di disegni, incisioni e stampe iniziata già negli anni Sessanta, mentre governava i Paesi Bassi austriaci insieme alla moglie Maria Cristina d’Austria.
Il trasferimento a Vienna fu dunque per il duca l’occasione di riorganizzare i suoi tesori, e per questo affidò all’architetto Louis Montoyer la trasformazione della nuova residenza – l’Albertina, dal nome del duca di Teschen – in guisa da vantare uno spazio per la conservazione e lo studio della sua preziosa collezione. Montoyer ampliò l’edificio, sopraelevandolo e creando un collegamento tanto visivo quanto funzionale alla Hofburg; furono creati saloni rappresentativi, appartamenti di corte e ambienti specificamente pensati per custodire le raccolte grafiche, una sorta di enciclopedia visiva della storia dell’arte che – perfettamente in sintonia con la mentalità illuminista dell’epoca – non si limitasse ai soli capolavori, ma abbracciasse tutte le scuole artistiche europee (si stima che alla sua morte, avvenuta nel 1822, la raccolta comprendeva ben 200.000 stampe e 14.000 disegni, quantità straordinaria già allora: oggi conta oltre un milione di disegni e stampe, che spaziano dal tardo gotico all’attualità, offrendo una panoramica di ben 600 anni di storia dell’arte).

Durante l’Ottocento il palazzo rimase proprietà degli Asburgo, divenendo una delle più prestigiose dimore della famiglia imperiale. Fu durante la residenza del Duca di Teschen che l’edificio assunse il nome di Palais Erzherzog Albrecht: in questo periodo furono rinnovati numerosi interni secondo il gusto storicista del XIX secolo, con decorazioni neo-rococò e neoclassiche che ancora oggi caratterizzano i cosiddetti Appartamenti di Stato. All’esterno, davanti al palazzo, fu eretto il monumento equestre dedicato all’arciduca Alberto, una delle grandi statue monumentali della Vienna imperiale.
Il nipote, figlio adottivo ed erede universale del duca Alberto, l’arciduca Carlo, e suo figlio Alberto gestirono la collezione a partire dal 1822. Tuttavia, a partire dal 1895, le acquisizioni effettuate dal suo successore l’arciduca Federico andarono in gran parte perdute a causa dell’opera di nazionalizzazione dei beni in ottemperanza all’espropriazione inflitta all’ultimo proprietario asburgico, l’arciduca Federico, nel 1919. Per la Repubblica d’Austria, l’aspetto del palazzo simboleggiava una monarchia danubiana che doveva essere eliminata, mentre la collezione non aveva alcun legame intrinseco con il passato asburgico; di conseguenza, le autorità statali smantellarono gli interni del palazzo e li affidarono alle istituzioni federali cui fu permesso di adattarli alle proprie esigenze. Le sale di rappresentanza – riccamente decorate e sontuosamente arredate – persero presto la loro fastosità, e si trasformarono in ambienti anonimi allorché l’arciduca Federico portò con sé tutti i mobili e gli arredi (inclusi depositi, archivi, uffici o studi) nel suo esilio in Ungheria.
Nel 1918 la dissoluzione dell’Impero austroungarico cambiò quindi completamente il destino dell’edificio: con la nascita della Repubblica d’Austria, i possedimenti degli Asburgo furono confiscati e il palazzo, con la sua vasta collezione, passò allo Stato, dando così principio alla sua trasformazione da residenza dinastica a museo pubblico dedicato principalmente all’arte grafica, arricchita nel dicembre del 1920, per decreto governativo, dalle importanti collezioni di incisioni su rame dell’ex Biblioteca di Corte Imperiale: si costituì così il nucleo dell’odierna Albertina, il cui ampliamento fu particolarmente diversificato tra il 1923 e il 1934 sotto la direzione di Alfred Stix. Il patrimonio fu completato principalmente con l’acquisizione di disegni francesi e tedeschi del XIX secolo, fino ad allora poco rappresentati, e dal 1934 fino alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’attenzione si concentrò sull’acquisizione di arte grafica austriaca e tedesca del XIX e XX secolo.
Gli ultimi mesi del conflitto bellico furono devastanti per Vienna. Nel marzo 1945 i bombardamenti causarono gravi danni all’Albertina, distruggendo parti della struttura che cagionarono il crollo del tetto in diversi punti e deterioramenti importanti a numerosi ambienti storici. Fortunatamente però la maggior parte della collezione era stata evacuata in depositi sicuri fuori città, sopravvivendo allo scempio perpetrato dalla guerra; ciononostante il restauro dei danni fu condotto con risorse limitate, e molte sale furono ricostruite in modo funzionale piuttosto che filologico.
L’ampliamento della collezione nel campo dell’arte austriaca rimase comunque una priorità per i direttori dell’Albertina, anche dopo il 1945: Otto Benesch aggiunse alla collezione magnifiche opere di Schiele, Klimt, Kokoschka e Kubin, oltre a ulteriori disegni di maestri antichi.

Grazie al prestito permanente della Collezione Batliner, il Museo Albertina divenne una delle più grandi e importanti collezioni private di dipinti modernisti classici d’Europa. Iniziata da Rita e Herbert Batliner negli anni ’60, la raccolta arricchì in modo significativo il museo, con circa 500 opere che abbracciano i capitoli più affascinanti di 130 anni di storia dell’arte, dall’impressionismo e il post-impressionismo francese, dall’avanguardia russa al surrealismo, fino ai giorni nostri.
Per il ripristino della bellezza del Palazzo, privato della sua storia e trasformato in mero contenitore d’arte, fu necessario attendere la primavera del 1999, allorché ebbe inizio il più grande lavoro di ristrutturazione e ampliamento nella storia dell’Albertina: erano trascorsi più di 100 anni dall’ultimo importante restauro, avvenuto nel 1897 e frattanto, come in precedenza accennato, a causa dell’inadeguata ricostruzione successiva alla Seconda Guerra Mondiale e dell’utilizzo dell’Albertina come magazzino, l’aspetto esterno del Palazzo si era sensibilmente deteriorato.
Nel 2000, sotto la direzione di Klaus Albrecht Schröder, si è volle ristabilire l’inscindibile legame tra il magnifico palazzo nobiliare e la sua collezione di fama mondiale: le storiche sale di rappresentanza furono completamente restaurate e rese pienamente accessibili al pubblico per la prima volta dal 1919. Le facciate del Palazzo Albertina del 1865 furono ricostruite con un intervento che eliminò l’architettura in cemento armato estremamente semplificata degli anni ’50, riportando alla luce la pianta originale dello storico edificio.
Nelle sale di rappresentanza dell’Albertina furono riportate alla luce le decorazioni ridipinte negli anni ’50 e recuperati i preziosi pavimenti intarsiati di Joseph Danhauser. Allo stesso modo, furono ripristinati i rivestimenti in zinco bianco effetto marmo delle sculture del ciclo delle Muse di Joseph Klieber, e i tessuti per i rivestimenti murali riprodotti seguendo i modelli storici.
Nella seconda fase del restauro si completarono i lavori nell’Appartamento Spagnolo, nella Sala Ovale e nella Sala Rococò, e fu creata appositamente per il Palazzo una lega d’oro (composta da 23 carati di oro puro e un carato di argento e rame) elegante e dai toni freddi, denominata “Oro Albertina”, e utilizzata per le dorature del Gabinetto d’Oro e delle sale di rappresentanza.

L’antico Palazzo Albertina, espressione del gusto aristocratico della tarda età barocca e del primo Neoclassicismo, presenta ai suoi visitatori delle facciate sobrie ed equilibrate, scandite da finestre regolari, nella piena rigorosità organizzativa degli spazi: l’assenza di eccessivi ornamenti concentra così l’attenzione sulle proporzioni armoniche dell’intero edificio, che si integra con eleganza nel tessuto architettonico del centro storico viennese.
La grande scalinata d’accesso accentua il carattere celebrativo della dimora nobiliare, in un’ascesi simbolica verso l’arte e il potere. Dinanzi all’edificio si erge l’ottocentesco monumento equestre all’arciduca Alberto, che sottolinea il legame tra il palazzo e la dinastia degli Asburgo, sebbene ciò che colpisce oggigiorno sia il contrasto dato tra la bellissima storicità della residenza e la moderna Soravia Wing, un’impalcatura in acciaio e vetro aggiunta all’inizio del XXI secolo. Nel suo insieme, l’esterno dell’Albertina costituisce quindi un esempio dell’evoluzione di Vienna, da città fortificata a capitale imperiale, fino a moderno centro culturale europeo.

Sulla terrazza antistante l’Albertina si staglia dunque la grande statua equestre dell’Arciduca Alberto d’Asburgo-Teschen, feldmaresciallo dell’esercito austro-ungarico e importante membro della casata nobiliare. Il monumento, realizzato dallo scultore Kaspar von Zumbusch e completato nel 1899, è un’imponente statua bronzea su un alto piedistallo di granito decorato con bassorilievi che celebrano la carriera militare dell’arciduca.
Figlio dell’eroe militare Carlo d’Austria-Teschen, Alberto fu uno dei più riconosciuti comandanti dell’esercito asburgico del XIX secolo, ricordato soprattutto per la vittoria nella Battaglia di Custoza contro le forze italiane durante la Terza Guerra d’Indipendenza.
La statua misura circa 10 metri di altezza e la sua inaugurazione avvenne il 21 maggio 1899, alcuni anni dopo la dipartita dell’arciduca. Il cavallo avanza con una zampa anteriore sollevata, mentre il nobile cavaliere è rappresentato in una posa da comandante vittorioso, secondo il gusto celebrativo della Vienna di fine Ottocento.

Proprio ai piedi della terrazza dell’Albertina, sotto la statua equestre dell’arciduca, si trova la magnifica Albrechtsbrunnen o Danubiusbrunnen (“Fontana di Alberto” anche chiamata “Fontana del Danubio”), inaugurata nel 1869.
Questa fontana a parete celebra il legame tra Vienna e il suo corso d’acqua. Al centro compare Danubius, personificazione maschile del rio, rappresentato come un possente dio barbuto con il torso nudo e muscoloso e il braccio teso a indicare il corso del fiume; al suo fianco appare Vindobona, allegoria femminile dell’antica Vienna romana e per tale motivo raffigurata come una donna nobile e maestosa, con corona e abiti classicheggianti, simbolo della città e della sua prosperità. Ai piedi della coppia è posto un amorino (elemento sovente associato all’acqua, alla fertilità e all’abbondanza) e attorno ai due si dispongono figure allegoriche in marmo di Carrara che identificano i principali fiumi dell’antico Impero austro-ungarico. Infine, sullo sfondo della nicchia che ospita i personaggi, fu scolpita la tipica conchiglia delle fontane dell’epoca, una sorta di cornice deliziosamente a tema.
Lo splendido elemento neorinascimentale aveva originariamente dimensioni maggiori di quelle oggi visibili, e comprendeva più statue fluviali: tuttavia i gravi danni causati durante la Seconda guerra mondiale richiesero una ricostruzione che apportò una rilevante riduzione dei pezzi decorativi della fontana.


Per gli interni dell’Albertina Museum furono dunque conservati la raffinatezza e il gusto tipici di una residenza principesca di tarda età barocca.
Tra gli elementi più suggestivi del percorso si distingue la cosiddetta Sphinxstiege (“Scala della Sfinge”), uno dei principali accessi storici agli Appartamenti di Stato: le creature di pietra, derivate dalla tradizione dell’antico Egitto ma reinterpretate secondo il gusto neoclassico europeo, sorvegliano lo scenografico ambiente circostante, costituito da un’ampia rampa che guida lo sguardo verso l’alto soffitto di lesene e intarsi decorativi, creando un effetto di solenne magnificenza. La luce proveniente dalle aperture superiori valorizza inoltre il chiarore dei marmi, degli stucchi e degli elementi ornamentali, trasformando la salita in un’autentica esperienza cerimoniale.

Le meravigliose sale dell’Albertina Museum traducono l’incontestabile bellezza dell’architettura residenziale aristocratica della Vienna asburgica, attraverso un palazzo che – giova ricordarlo – fu, per circa un secolo, dimora di arciduchi e arciduchesse.
Le opulenti Prunkräume (“Sale di Stato”), restaurate secondo il gusto neoclassico e imperiale dell’inizio dell’Ottocento, sono ambienti concepiti per rappresentare il prestigio della nobile dinastia: ecco quindi che parquet intarsiati con motivi geometrici, lampadari in cristallo e specchi monumentali, rivestimenti in seta colorata, stufe e camini decorativi, suppellettili dorati e stucchi bianchi e oro delineano il gusto del Classicismo viennese.
Delle venti visitabili, la Musensaal (“Sala delle Muse”) è forse la più spettacolare: ampie dimensioni, pavimenti in parquet lucidato, grandi lampadari, statue e decorazioni ispirate alle Muse dell’antichità classica (tradizionalmente Calliope per la poesia epica, Clio per la storia, Erato per la poesia lirica e amorosa, Euterpe per la musica, Melpomene per la tragedia, Polimnia per il canto sacro, Talia per la commedia e la poesia bucolica, Tersicore per la danza e il canto corale, e infine Urania per l’astronomia e le scienze celesti) caratterizzano questo spazio di rappresentanza destinato a ricevimenti e cerimonie ufficiali.
In epoca asburgica era utilizzata come sala da pranzo di gala e per ricevimenti, e il programma decorativo celebrava l’ideale illuminista e neoclassico della cultura come fondamento del potere e del prestigio della corte: la Sala delle Muse rappresenta dunque uno degli ambienti più colti e significativi della residenza imperiale, configurandosi come un omaggio alle arti e al sapere, elevati a fondamento dell’identità politica e culturale della monarchia.
Lo spazio si sviluppa secondo i principi del classicismo maturo, caratterizzato da un rigoroso equilibrio tra struttura e decorazione. Le pareti sono scandite da una composizione ordinata di pannellature, cornici e superfici decorative che restituiscono all’ambiente un senso di armonia e misura. Le proporzioni calibrate, la simmetria degli elementi e la chiarezza dell’impianto architettonico riflettono quella ricerca dell’ordine e della razionalità che costituì uno degli ideali fondamentali della cultura illuminista.
Le statue furono progettate dallo scultore viennese Joseph Klieber all’inizio dell’Ottocento, e realizzate in arenaria con una finitura bianca lucidata che imita il marmo, ispirandosi allo stile neoclassico di Antonio Canova. Al centro simbolico del gruppo si trova Apollo Musagete, cioè “Apollo guida delle Muse”, dio della musica, dell’armonia e delle arti.
La luce svolge un ruolo essenziale nella costruzione dell’atmosfera: riflessa dagli specchi, dalle dorature e dalle superfici lucidate, si diffonde con equilibrio nello spazio, accentuando la leggerezza delle decorazioni e la nobiltà dei materiali.
La Sala delle Muse appare come una sintesi perfetta tra architettura, decorazione e pensiero. La sua eleganza composta, la ricchezza simbolica delle allegorie e l’armonia delle proporzioni restituiscono al visitatore l’immagine di una corte che riconosceva nella cultura uno dei più alti strumenti di legittimazione e prestigio.

A custodire il cuore della rappresentanza politica fu adibita la Audienzsaal (“Sala delle Udienze”), splendida nelle sue pareti rivestite da tessuti damascati, con specchi, dorature e grandi dipinti che ne accentuano l’elegante formalità. Qui gli arciduchi ricevevano ospiti, dignitari e visitatori in occasioni ufficiali, secondo il rigido cerimoniale della corte viennese.
Eccellente esempio dello stile Impero e neoclassico che caratterizza gran parte degli interni dell’Albertina, la sala è dominata dal colore rosso – dai rivestimenti in tessuto pregiato delle pareti, ai tendaggi coordinati, alle sedute imbottite – creando un’atmosfera di estemporaneità e ricercatezza con la complicità di preziosi specchi che amplificano la luminosità dei lampadari di cristallo.
La Sala delle Udienze ospita importanti dipinti incorniciati in oro i quali, congiuntamente alla disposizione simmetrica degli arredi e alla ricchezza dei materiali utilizzati, avevano lo scopo di impressionare il visitatore e di comunicare l’autorità della casata asburgica.

Tra gli ambienti più raffinati del Palazzo, certamente occorre inserire lo Studio Arciducale (sovente menzionato come “Sala di scrittura”) e l’attiguo Goldkabinett (il “Gabinetto d’Oro”), la cui adiacenza è organica alla sua funzionalità: il primo rappresenta la dimensione del lavoro e dell’amministrazione, il secondo quella della rappresentanza privata e della conversazione riservata, testimoniando perfettamente la quotidianità del nobile asburgico all’inizio del XIX secolo.
Lo Studio Arciducale era uno spazio destinato alle burocrazie aristocratiche, il luogo ove venivano esaminati documenti, redatte lettere e svolte le attività amministrative legate alla gestione delle proprietà e agli incarichi di corte. Pur essendo un ambiente funzionale, conserva tuttavia l’eleganza tipica delle residenze asburgiche, con pareti rivestite in lucente tessuto turchese e oro, tele in cornici riccamente decorate, parquet intarsiato e gli immancabili lampadari di cristallo. L’arredamento combina praticità e prestigio, riflettendo il ruolo dell’arciduca come amministratore e uomo di governo oltre che membro della famiglia imperiale.
Il Gabinetto d’Oro deve il suo nome alla ricchissima decorazione che caratterizza pareti, cornici, mobili e dettagli decorativi. Questo piccolo salottino privato era destinato a ricevere ospiti selezionati e a conversazioni altamente private, in un contesto dunque molto più intimo rispetto alle altre grandi sale di rappresentanza: qui ogni superficie appare impreziosita da una sorta di colatura aurea, amplificando l’opulenta sontuosità della camera grazie ai giochi di luce creati dal cristallo dei lampadari, che si posano sulle dorature dei motivi ornamentali.
Spesso trasferito da una stanza e l’altra, il piedistallo su cui è posata la squisita tavoletta in porcellana di Sèvres, dono di Luigi XVI di Francia e Maria Antonietta all’arciduchessa Maria Cristina, raffigura una scena di Rinaldo e Armida tratta dalla “Gerusalemme Liberata” di Torquato Tasso.

Il Gelber Salon (il “Salone Giallo”) presenta un salotto luminoso dominato da tessuti giallo-oro, arredato dai consueti elementi neoclassici. Dominata da calde tonalità, la sala è concepita come uno spazio di rappresentanza in cui eleganza, luce e armonia si fondono in un grande equilibrio scenografico: le pareti, rivestite da preziosi damaschi dai riflessi dorati, intensificano la luminosità dell’ambiente e dialogano con le superfici specchianti, mentre i lampadari di cristallo diffondono una luce morbida e vibrante, nel tipico sfarzo aristocratico.
Qui i principi del classicismo viennese si manifestano in ogni sua sfumatura: simmetria compositiva, misurata ricchezza ornamentale e attenzione all’armonia delle proporzioni, dove l’elemento decorativo è inserito in un disegno unitario che privilegia equilibrio e sobria magnificenza rispetto all’eccesso barocco delle epoche precedenti.

Oltre alla Sala delle Udienze, il colore rosso fu scelto come tema per una seconda stanza del Palazzo asburgico: il Roter Teesalon (la “Sala da Tè Rossa”).
L’elegante salone, raccolto e intimo, fu destinato alla conversazione informale e alla vita privata della famiglia imperiale, senza però mancare in eleganza e buongusto aristocratico: ecco che il rosso avvolge con una tonalità calda le pareti immancabilmente ricoperte dai preziosi damaschi, creando una superficie vivace e intensa.
Anche per questo salotto sono confermate simmetria e proporzione, in una decorazione che si integra armoniosamente nella struttura della stanza senza però sovraccaricarla. L’eccellenza delle manifatture imperiali e l’attenzione riservata alla decorazione sono trasferite nelle cornici dorate, negli specchi monumentali, nella boiserie e nel raffinato parquet intarsiato.
Tra i vari oli esposti alle pareti, non si può non menzionare il ritratto che il maestro svedese Alexander Roslin fece a Maria Cristina d’Asburgo-Lorena nel 1778, tela che coglie la governatrice dei Paesi Bassi Austriaci in posa nobile, seduta su una poltroncina in legno con schienale imbottito: l’Arciduchessa, le cui mani candide accarezzano delicatamente un ventaglio, appare riccamente acconciata e ingioiellata, con una capigliatura molto alta e raccolta da un nastro piumato del medesimo colore dell’abito, a scollo squadrato e bordato di un’organza fiorita, quasi in contrasto con il vestito satinato e impreziosito dalla parure composta da un collier di perle e degli orecchini con pendente.
Nella Sala da Tè Rossa l’arte della conversazione, la musica e gli incontri privati trovarono certamente una cornice adeguata, e ancora oggi conserva il fascino di uno spazio sospeso nel tempo.

Per ricordare e consolidare nella memoria il legame dinastico degli Asburgo con la Spagna furono predisposti gli Spanische Appartements (“Appartamenti Spagnoli”), due spazi sottoposti nel tempo ad accurati restauri e che conservano l’atmosfera della corte imperiale tra XVIII e XIX secolo.
Gli appartamenti, destinati alla rappresentanza e alla vita privata dei membri della famiglia imperiale, si distinguono in Grande e Piccolo Appartamento. Ambedue sono arredati nel rispetto dei canoni dell’estetica nobiliare viennese dell’epoca, e dunque con preziosi rivestimenti murali in seta, lampadari di cristallo, mobili intarsiati di alta manifattura, stufe e caminetti decorativi e i tipici parquet a motivi geometrici.

La straordinaria bellezza architettonica dell’Albertina può obliare al visitatore la sua funzione non più residenziale ma museale: i capolavori esposti in questo meraviglioso palazzo d’epoca non devono intendersi quali complementi d’arredo, ma nella loro forma di espressione artistica.
Tra le opere più interessanti vi è senza dubbio la “Veduta di Vienna dalla Spinnerin am Kreuz” (Blick auf Wien von der Spinnerin am Kreuz) di Jakob von Alt, una delle tele più rappresentative della pittura paesaggistica austriaca ottocentesca. Realizzata intorno alla metà del XIX secolo, mostra la città di Vienna da un punto panoramico situato presso la “Spinnerin am Kreuz”, un celebre monumento gotico a sud della capitale.
Questa veduta rappresenta uno dei primi apici artistici di Jakob von Alt, padre del celebre acquerellista Rudolf von Alt. La rappresentazione oggettiva di un paesaggio urbano si fonde qui con le qualità pittoriche della pittura paesaggistica ideale: il panorama della collina di Wienerberg si apre sull’intera città, con Triester Straße (un’importante via commerciale da e per l’Italia fin dal Medioevo) che curva dolcemente verso la Matzleinsdorfer Linie. Altrettanto riconoscibile il Palazzo del Belvedere Superiore all’estrema destra, mentre la Cattedrale di Santo Stefano si erge al centro. Sullo sfondo, attraverso una leggera foschia, si intravedono i profili delle colline di Kahlenberg, Leopoldsberg e Bisamberg. Il primo piano, scuro e dettagliato, lascia il posto ad ampi prati luminosi, e gli edifici posti ai margini della città sono eseguiti con precisione.
Su questo delicato acquerello, l’artista riproduce una luce limpida e diffusa utilizzando toni chiari che vaporizzano il cielo sovrastante. Le architetture, delineate con colori naturali e sobri attraverso passaggi cromatici morbidi, contribuiscono alla creazione di un’atmosfera serena e ordinata.
Non soltanto una veduta topografica, ma in un certo qual modo anche orgoglio civico: questo sembra voler esprimere il suo autore, esibendo una Vienna – rappresentata con una fedeltà documentaria che rende il dipinto una fonte storica – quale prospero centro dell’Impero asburgico, combinando accuratezza topografica, equilibrio compositivo e sensibilità pittorica.

Nel 1840 il figlio di Jakob, Rudolf von Alt, realizzò l’incantevole Die Esplanade in Ischl (“Il lungofiume a Ischl”), un acquerello risalente ai tempi in cui la località di Bad Ischl stava diventando uno dei più importanti centri termali dell’Impero.
Già ben frequentata dall’aristocrazia e dall’alta borghesia, Bad Ischl attraeva anche grazie al celebre lungofiume, con il Traun che costituiva il cuore della vita mondana cittadina.
In questa passeggiata, sul cui sfondo svetta il massiccio montuoso della Katrin, è illustrata una successione di eleganti figure (distribuite con equilibrio, senza concentrazioni drammatiche o punti focali dominanti) che conversano e passeggiano tra edifici e alberature. In questo eccellente acquerello il soggetto principale non è dunque l’architettura o il paesaggio naturale, bensì la società stessa che anima lo spazio urbano.

Trasparenza cromatica, precisione quasi miniaturistica nei dettagli e una luminosità diffusa e naturale infondono all’opera proporzione e misurata lucidità rappresentativa di un uomo che non domina il paesaggio e al contempo non ne è sopraffatto, ma vi si inserisce armoniosamente.
Il dipinto, che documenta la nascita della moderna cultura del turismo termale e del tempo libero, celebra uno stile di vita preciso, quello della società colta e aristocratica dell’Austria pre-rivoluzionaria, pochi anni prima dei tumultuosi moti del 1848.
Lisa Carmignotto Bettella
Docente, antichista, biografa e ricercatrice indipendente. Autrice di numerosi articoli di letteratura classica e arte. Nel settembre del 2025 è stato pubblicato il suo primo saggio “Creta Minoica. Il Gioiello del Mediterraneo” (Prospettiva Editrice) <