Molti ormai sono i sintomi del fatto che la spinta culturale di quella che è chiamata Arte Contemporanea si sta esaurendo – se già non si è esaurita – e sebbene gli operatori siano riluttanti ad ammetterlo, il verdetto del pubblico e del mercato è sempre più chiaro ed inappellabile in tal senso. Questa dinamica attualmente in corso la vediamo osservata dalla prospettiva degli eventi fieristici nell’articolo di Donatella Galasso, collaboratrice di Ieroglifo che già in passato scrisse sulle fiere d’Arte internazionali che hanno sede nel capoluogo piemontese, e che rappresentano indicatori misurabili, da un anno con l’altro, delle tendenze generali.
Di Donatella Galasso
Se solo qualche anno fa qualcuno avesse detto che Artissima avrebbe corso il rischio di perdere il suo appeal, come minimo sarebbe stato tacciato di catastrofismo. Ebbene, nonostante i numeri dei visitatori siano stabili e le vendite tutto sommato buone – complice anche il regime di iva agevolata del 5% per l’acquisto di opere d’arte – dalla fiera “glamour” di Torino, emergono alcune crepe nel sistema che rischiano di compromettere la vitalità del mercato dell’arte; e in particolare della fascia contemporanea a cui Artissima si dedica.

Artissima pur confermando la sua vocazione “di ricerca”, sperimentale, orientata verso artisti emergenti, trova in questa impostazione il suo punto debole. Il pubblico dei collezionisti sembra più cauto e meno disposto a investimenti significativi. Le fiere, pur visibili e frequentate, non sembrano esercitare più da sole il motore della crescita del mercato.

Altro aspetto che sta emergendo sempre di più nell’ultimo decennio, è la proliferazione di fiere parallele come The Others, Paratissima e Flash Back, che pur avendo, in parte, target diversi e una selezione di artisti varia ed eterogenea, ospitano artisti che per linguaggio e tematiche spesso potrebbero sovrapporsi a quelli presenti ad Artissima, ma che è possibile acquistare a prezzi decisamente inferiori.

Se si portassero ad Artissima alcuni dei lavori esposti nelle tre fiere sopracitate, certamente nessuno avrebbe da ridere circa il loro ‘diritto’ di essere ospitati in un fiera internazionale come Artissima.

“Who Decide Beauty?” era un titolo ad effetto che era comparso fra gli spazi espostivi di una Biennale di diversi anni fa. Tale domanda sembra non poter avere una risposta, se non nel prendere atto che determinate dinamiche di mercato sono guidate da meccanismi che nulla hanno a che fare con un’analisi profonda di quale sia stata l’evoluzione dei linguaggi artistici contemporanei, quali davvero significativi e quali vittime di un eterno tentativo di stupire, fare scalpore in un epoca in cui tutto è stato già sdoganato e fatto “digerire” al pubblico.

Ciò non può che condurre ad una crisi del linguaggio contemporaneo, il quale coincide soprattutto con una crisi di comunicazione. L’Arte, nata come forma privilegiata di esperienza sensibile e simbolica, è diventata un linguaggio chiuso. Essa non si limita a un problema formale o tecnico, ma investe il senso stesso dell’Arte, il suo ruolo nella società e il suo rapporto con il vero e con il tipo di comunicazione che genera.

Nelle avanguardie storiche del Novecento, la crisi del linguaggio era un atto di rottura: Picasso, Duchamp, Kandinsky o Malevič cercavano nuovi codici per rappresentare un mondo in trasformazione, rifiutando le convenzioni figurative e aprendo la strada a una libertà espressiva radicale. Il linguaggio artistico oggi non è più riconoscibile come un codice comune tra artista e pubblico: il gesto creativo tende all’autoreferenzialità, e la ricezione si affida all’apparato critico, curatoriale o istituzionale per trovare una legittimazione.

Assistiamo dunque ad una proliferazione di fiere e appuntamenti, che seppur sintomo di una certa vivacità legata alla produzione contemporanea, appaiono tutti come la conseguenza di una frammentazione del linguaggio artistico, che conduce ad un disorientamento generale più che a un’evoluzione dei linguaggi contemporanei.

Infatti, il moltiplicarsi di stili, media e pratiche non produce necessariamente una pluralità di significati, ma rischia di renderli evanescenti in un flusso indifferenziato di segni e forme che sembrano aver perso un orizzonte condiviso di senso.

Un effetto collaterale dell’attuale contesto di mercato è che la “speculazione” (intesa come collezionismo per rendimento finanziario) pare ridursi – ma ciò ha una duplice implicazione: da un lato può essere positivo: consente un ritorno a logiche più “pure” del collezionismo e della ricerca, dall’altro lato segnala che quelle logiche speculative, che avevano alimentato boom nei decenni precedenti, non reggono più.
Ciò significa che molti modelli di mercato fondati su collezionisti consolidati, su grande turnover e su opere da “investimento”, stanno cambiando o sono semplicemente in esaurimento.

Dunque, è lecito chiedersi: Quanto reggerà ancora l’attuale sistema dell’arte contemporanea basato sulle fiere come volano per l’affermazione degli artisti? I rischi più concreti sembrano evidenziarsi per i giovani artisti e le gallerie emergenti. Se il mercato si contrae, il rischio di uscire dal sistema diventa concreto.

Il mercato attuale sembra non esplodere, ma va verso un consolidamento che si assesta su volumi più modesti e clienti più selezionati. Potrebbe, inoltre, accentuarsi il divario tra gallerie “top” che riescono a vendere bene, e gallerie “entry” che faticano, con conseguente selezione naturale del sistema. Le fiere diventerebbero sempre più specializzate e, inevitabilmente, alcune usciranno dal circuito.
Infine, se troppi espositori partecipano senza che cresca la domanda, il rischio è che i prezzi delle opere scendano o che la marginalità si riduca per tutti, con effetto domino su produzione artistica, gallerie e infine fiere. E sicuramente la proliferazione di fiere e appuntamenti, concentrati in un dato periodo dell’anno e simili sotto molti punti di vista, non può che accentuare tali criticità.
Donatella Galasso