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Il Beato Pantone

  • 11 Aprile 2026
  • Jervé
Mark Rothko
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Parlare di Rothko di questi tempi è come sparare sulla croce rossa. Già la sua sfortunata vicenda umana – che da artista lo portò a togliersi la vita a soli 66 anni per molteplici motivi, dalla depressione cronica esistenziale fino alla disperazione per la fine del suo matrimonio con la seconda moglie Mell dopo 23 anni – merita la più profonda compassione, quella che si offre a coloro che desiderano togliere al mondo il disturbo della propria esistenza.

Emblematica infatti a questo proposito la risposta che Rothko diede all’amica Katharine Kuh, che vedendolo affranto all’ultima festa prima del suicidio le consigliava di riprovarci con Mell: “Starebbero tutti meglio se io uscissi dalle loro vite”. Parole laconiche, metafisiche ed insieme persino profetiche dal punto di vista artistico, come solo i grandi tragici a loro modo sanno fare.

Singolare e tipicamente americano dell’epoca – quei favolosi anni 70 – ciò che si disse del suo funerale, al quale partecipò tutta quanta l’intellighenzia dell’arte a stelle e strisce: “il miglior vernissage della stagione”.

Ma il motivo per cui tiriamo in ballo un tale sfortunato caso umano è perché insistono a presentare Marcus Rothkowitz, nato nel 1903 da famiglia ebraica in Lettonia – allora territorio russo – come artista, e questa volta lo fanno in una delle roccaforti mondiali dell’arte autentica, ossia quel Palazzo Strozzi nel centro di Firenze che ha ospitato mostre straordinarie, come quella di Beato Angelico immediatamente precedente.

Naturalmente accanto ad altre discutibili, frutto di concessioni culturali tipiche di una nazione che non sa più produrre e proporre qualità artistica propria a causa di vassallaggio rispetto ad altre potenze, oltre che per mille altri motivi che gli accorti conoscono. E se al momento non eccepiamo su quanto già fatto in passato, ora con una mostra e un autore del genere, tacere è da ignavi.

La prima cosa che c’è da fare è dare un colpo d’occhio alla produzione creativa del caso umano, che numericamente conta circa ottocento pezzi nel cosiddetto stile maturo, i “color fields”, più altri delle fasi giovanili. Un click a questo archivio visivo qui di seguito e ve ne troverete una bella e rappresentativa selezione di 180 pezzi, ordinati per data dai primi agli ultimi, come un moderno scroll di profilo instagram.

click sull’immagine per visionare l’archivio di “opere”.

Poi osservare, semplicemente e senza preconcetti, quello che Mark è stato in grado di fare nella sua sfortunata esistenza. Senza badare a tutte le note biografiche che circolano su di lui, necessarie a creare un “frame” con cui imporre un autore nell’olimpo dell’arte mondiale come è stato fatto.

Osservare con spassionata attenzione solo quello che le sue visioni e le sue mani hanno realizzato, senza le sirene dei parolai PRIMA di guardare. Solo le “opere”.

Il giallo pantone 14-1064 che rothko ha usato in “united, blu, yellow, green” del 1954

Un qualunque umano sano di mente proverebbe una profonda pietà per un uomo che in tutta la sua vita non è riuscito ad andare in pittura oltre il livello di hobbista. Quando penso a lui, davvero mi dispiace di tutto cuore. Le “opere” giovanili figurative sono di livello imbarazzante. Pensare che la Fondazione Palazzo Strozzi ci abbia impostato un suggestivo allestimento ed una teatrale illuminotecnica e per questo motivo stormi di visitatori si perdano nel contemplare cose del genere è quasi peggio che pensare che si perdano nel contemplare i “color fields” dello stile maturo.

Le biografie del caso umano ci dicono che a NYC frequentò un corso di natura morta del cubista Max Weber, che però a giudicare dagli esiti non gli fruttò grandi risultati creativi. E perciò stesso, come dice il vecchio adagio “se non sai fare una cosa, insegnala”, a partire dal 1929 prese ad insegnare educazione artistica alla Center Academy del Brooklyn Jewish Center.

Il Pantone 19-4826 usato da Rothko in “Blue divided by blue” del 1966

Il miglior pregio della produzione di Rothko è che sa dare speranza ai dilettanti: pensionati, casalinghe, invalidi civili, detenuti e superstiti di guerra hanno modo di coltivare la loro passione artistica seguendo il suo esempio, con la speranza di poter ambire ai vertici dell’arte mondiale come ha fatto lui, con mezzi espressivi così pervicacemente limitati per l’intera carriera.

Anche se i dilettanti, ahiloro, non possono sapere che il caso umano nel secondo dopoguerra fece parte del cosiddetto gruppo degli “Irascibili”, gli espressionisti astratti che si ribellarono alla tradizione: Theodoros Stamos, Jimmy Ernst, Barnett Newman, James Brooks, Richard Pousette-Dart, William Baziotes, Jackson Pollock, Clyfford Still, Robert Motherwell, Bradley Walker Tomlin Willem de Kooning, Adolph Gottlieb, Ad Reinhardt, Hedda Sterne.

Il Pantone 19-1558 usato da Rothko in “red and Orange” del 1955

E che grazie ad una perfetta operazione di guerra fredda culturale portata dagli apparati dell’America contro la vecchia Europa (ed attraverso di essa alla potenza rivale, la Russia) lui e i suoi colleghi artisti letteralmente vennero imposti dall’alto nel vecchio continente con una articolata successione di eventi organizzati in grande stile, finché soppiantarono sul palcoscenico globale tutta l’arte che li aveva preceduti. È storia ormai ampiamente documentata e risaputa, raccontata in dettaglio in un libro/documento dal titolo “Who Paid The Piper : The CIA And The Cultural Cold War”.

Solo in forza di motivi politici, o per meglio dire geopolitici, un caso umano come il suo, al di sotto dei livelli minimi di mestiere anche di un artista della domenica, ha potuto giungere nel posto dove è ora dentro la mente del pubblico. Sarebbe come pretendere che un tennista che non riesce a centrare la metà campo avversaria possa vincere il Grande Slam. Con il tennis, anche con tutti i trucchi possibili non si riesce. Con L’arte e le pubbliche relazioni, si. E lui ne è la prova provata.

Il Pantone 18-3513 che Rothko usò in “Purple Brown” del 1957

“Ma come, non sai che i colori sono frequenze e Rothko li fa vibrare dentro di te?” Certo che sono frequenze, come i suoni, ognuno ha una propria altezza specifica lungo lo spettro – la nota musicale – ed un timbro legato allo strumento di emissione. È che, paragonato ad un pianista, il caso umano sarebbe come uno che per tutta una vita ha suonato accordi di due, tre, massimo quattro note. Mai uno straccio di struttura meno elementare della monotonia.

“Ma come, solo colori piatti? Non vedi che ogni colore è ottenuto per sovrapposizione di tonalità diverse, un processo unico e raffinatissimo…” Yawn… tutta roba che, nei secoli precedenti artisti veri hanno portato alle massime vette, pensiamo ai manti delle madonne raffaellesche ottenuti con le sovrapposizioni di complementari, in terre e in lacche, o i drappeggi cangianti della Sistina e delle pale manieriste. Viene da sorridere, per non far di peggio, davanti a chi pensa che questo sia un argomento anche solo proponibile per argomentare davvero.

IL PANTONE 19-4005 impiegato nel ciclo della “rothko chapel”

Il fatto che poi propagandino la mostra di Palazzo Strozzi accostando il nome di Rothko a mostri sacri reali “il maestro espressionista ha sempre ammirato Beato Angelico, il suo tributo alla grande arte italiana è visibile in tutto il corso della sua attività…” farebbe rizzare i capelli al sommo frate Giovanni da Fiesole, che se potesse essere ancora tra noi, in qualche consiglio di amministrazione abbandonerebbe la sua mansuetudine monastica per fare delle lavate di capo bibliche a chi si inventa simili sciocchezze da raccontare al pubblico.

Per finire, in breve. Il caso Rothko è quello di un uomo a cui il mondo ha fatto credere ancora in vita di essere un artista, e per giunta importante. Questo non ha potuto sanare la sua angoscia esistenziale, che non possiamo certo dire noi che origine avesse, perché non ne abbiamo né gli strumenti né il diritto. Ma che l’angoscia continuò fino a spingerlo a togliersi la vita, è un fatto. Così come è un fatto che ammirasse gli artisti capaci. Eh, grazie, lo comprendiamo bene.

Il Pantone 19-0323 che Rothko ha usato in “Untitled, green on Maroon” del 1961

E così come infine è un fatto che, osservando in tutta la sua produzione, dalla primissima all’ultimissima, la sua pennellata, il suo tocco, il suo procedere esecutivo – emanazione dell’evoluzione spirituale, espressiva, poetica – sia rimasto perfettamente identico a sé stesso, senza il minimo segno di progressione.

Un caso pressoché unico nella storia dell’arte: tutti migliorano la propria abilità generale nel fare, lui no. La pennellata con cui sono stesi i “color fields” ha lo stesso procedere incerto e balbettante delle tele giovanili, quelle meno che amatoriali. Solo che viene ritenuta “irregolarità voluta per far vibrare la tinta uniforme”. Davvero incredibile, ma non certo come punto di merito.

“Il danno è danno e dolori, ma le beffe sono peggiori”

(ANONIMO)

Nel frattempo c’è chi se la spassa nel prendersi beffa del pubblico che continua ad annoverarlo tra i titani della storia dell’arte e si perde in contemplazioni di prove colore, lo so con certezza. Se la spassa e ride di tutti, dal pubblico a tutti gli operatori che ci credono davvero. Le “opere” di Rothko sono ormai asset finanziari, non più tele. I fatti strettamente artistici di cui sopra sono irrilevanti per la finanza, i giochi ed i meccanismi sono estranei all’Arte. Quella maiuscola.

In tutto questo, personalmente mi limito a provare umana pietà per un uomo che avrebbe voluto diventare Beato Angelico – almeno così ci raccontano – ed è riuscito a diventare solo Beato Pantone.

Jervé
Jervé, nato Gustavo, Alberto Palumbo, artista, designer, architetto, formatore, blogger,…

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