Inizia con questo articolo una nuova rubrica: Mirabilia, gli spazi più meravigliosi al mondo. Musei e residenze di particolare valore storico ed artistico, dei quali viene raccontata, con linguaggio comprensibile a tutti, la vicenda storica che li ha resi inimitabili nella loro struttura spaziale ed architettonica ed il patrimonio di tesori artistici che custodiscono, con immagini che ne restituiscano il valore e la bellezza. La prima tappa è a Parigi, con lo splendido complesso del Museo D’Orsay.
Di Lisa Carmignotto Bettella
Età napoleonica: su un lotto di terra nel pieno centro di Parigi, lungo la Senna, viene edificato un palazzo.
1871: la costruzione viene distrutta durante gli assedi e le manifestazioni della Comune cittadina.
1900, Belle Époque: tre architetti – Émile Bénard, Victor Laloux e Lucien Magne – guardano l’appezzamento e vi trovano il luogo ideale per realizzare il loro ambizioso progetto, una stazione ferroviaria dalla tecnologia moderna. Le tempistiche sono ristrette, il debutto deve coincidere con l’imminente Esposizione Universale. Nonostante le difficoltà, essi portano a termine il lavoro, un autentico tributo allo spirito positivo della Belle Époque: un tripudio di ascensori e scale mobili, rampe per bagagli e binari elettrificati che ospiteranno il capolinea delle ferrovie provenienti dalla Francia sudoccidentale per quasi quattro decenni.
1939: i mezzi di trasporto si fanno più grandi e veloci, le strutture devono adattarsi ai cambiamenti; i binari della stazione si rivelano ormai troppo corti per i treni più nuovi e più lunghi. Gradualmente il capolinea ferroviario viene dimesso, e utilizzato in seguito come centro di accoglienza per i prigionieri liberati durante il secondo conflitto bellico mondiale. Il palazzo napoleonico si chiamava Palais d’Orsay. L’avanguardistica stazione di inizio secolo Gare d’Orsay.
1977: il governo decide di convertire lo spazio dell’antica gare in un museo, mantenendone l’aspetto ferroviario – il tetto in vetro, l’ariosa sala ad arco, i monumentali orologi – che renderà così caratteristico uno dei musei più belli d’Europa: il Musée d’Orsay.

Per mantenere continuità con la raffinatezza del quartiere, già ospitante edifici di prestigio quali il Louvre e la Legione d’Onore, Victor Laloux si impegnò affinché la stazione d’Orsay fosse integrata con eleganza nel delicato contesto urbano: l’architetto (già vincitore del Prix de Rome nel 1878, e passato alla storia come “il cantore dell’accademismo”) mascherò le strutture metalliche della stazione con una facciata in pietra in stile eclettico che riuniva tutti gli stili del classicismo francese – da Luigi XIV a Luigi XV – in un fastoso trionfo di pietre, stucchi e fontane ornamentali, lasciando gli interni a un modernismo più essenziale.
Quando negli anni Settanta venne convertito a museo, il team del gruppo ACT-Architecture sotto la direzione di Gae Aulenti (il quale, in seguito, spiegò come il suo intento fosse quello di proteggere il meglio possibile l’identità dell’edificio di Laloux senza rinunciare all’identità dell’edificio contemporaneo) ebbe a cuore di rispettare l’architettura precedente reinterpretandola secondo una nuova vocazione: si sfruttò tutta la potenzialità estetica dell’edificio, adibendo la grande navata come asse principale del percorso, e trasformando la marchesa nell’ingresso principale.
Le raccolte del museo francese sono ora distribuite su cinque livelli, ognuno dei quali custodisce gelosamente alcune tra le più magnifiche opere artistiche della storia. Dal livello più inferiore, intorno alla sala delle sculture, sono rintracciabili i lavori della scuola di Barbizon (tra cui le famose Spigolatrici del Millet), così come le tele di Courbet e le prime opere di Manet, Degas e Monet. Sul lato di Lille si incontra la corrente accademica del decennio tra il 1850 e il 1860 (con artisti come Ingres e Delacroix, e i simbolisti – con Moreau e Puvis de Chavannes), e la sala dedicata a Toulouse-Lautrec.
Al secondo piano trovano luogo i naturalisti, le scuole straniere, alcuni pezzi delle arti decorative della Terza Repubblica e l’Art Nouveau fracese, belga e italiana. Sul lato opposto la pittura neo e post-impressionista (con Van Gogh, Gauguin e Seurat) e alcuni autori degli inizi del XX secolo. Le terrazze delle sculture ospitano invece alcune opere di Rodin, Bourdelle e Maillol, oltre al padiglione Amont e all’Art Nouveau; proseguendo lungo il percorso fioriscono le arti decorative nate tra il 1905 e il 1914. Al terzo livello è possibile gustare l’Art Nouveau di Europa centrale, America del Nord e Scandinavia e, salendo al quarto, quella austriaca, inglese e americana. Infine il quinto e ultimo livello, dedicato alla Galleria degli Impressionisti, con le tele del Manet e del Renoir a fare la felicità di tutti gli amanti dell’arte – anche dei più inesperti.
I nuclei collezionistici sono fondamentalmente pittura, scultura, oggetti d’arte, fotografia, grafica e architettura e le collezioni del Musée d’Orsay, che documentano lo sviluppo delle arti nel periodo dal 1848 al 1914, accoglie opere provenienti da ben tre istituti: il Louvre (per gli artisti nati dal 1820), il Jeu de Paume (da cui giungono soprattutto le opere degli impressionisti) e il Musée d’Art Moderne il quale, dopo essersi trasferito al Centre Georges Pompidou, cedette al Musée d’Orsay le opere degli artisti nati dopo il 1870.

Tra le più interessanti opere esposte in questo delizioso scrigno parigino vi è certamente la tela di Léon Belly, Pélerins allant à La Mecque. Nativo di Saint-Omer, il giovane Belly lasciò il politecnico per entrare nello studio del Troyon. Nel 1850 partì per l’Oriente, esperienza che gli fruttò un paesaggio delle rive del Mar Morto poi esposto al Salon del 1853. In seguito a un secondo viaggio in Egitto, la sua personalità andò via via affermandosi grazie a tele i cui soggetti esotici – come nel caso de La Caravane de la Mecque – ben esprimevano la fascinazione subìta dall’artista francese per tali paesaggi.
In questo capolavoro della pittura orientalista (che ottenne al Salon del 1861 una medaglia di prima classe, il riconoscimento più prestigioso), l’imponente carovana di pellegrini del Belly marcia sopra la tela in direzione della città santa del culto islamico: l’avanzata del lungo corteo verso lo spettatore crea un dirompente effetto suggestivo, coinvolgendo il pubblico quasi come se la scena fosse realmente dinanzi agli occhi.
La cura dei dettagli – dalle rifiniture delle vesti e dei turbanti alle snelle muscolature dei cammelli, dalle ombre proiettate dal sole alla porosità della sabbia del deserto – vantò tanti elogi da una critica che non mancò di notare il toccante richiamo alla biblica “fuga in Egitto” del gruppo di tre personaggi, sulla sinistra, composto da un uomo al fianco di una donna e del suo bambino in sella a un asino. Stanchezza, fatica e spirito di sacrificio sono distillati nelle pennellate del Belly, che richiama l’attenzione degli astanti alla profondità spirituale e alla devozione religiosa.

Per quanto inerisce la scultura, è imperativo ricordare la meravigliosa La Nature se dévoilant. Conosciuta anche come “La natura si svela alla Scienza”, questa magnifica statua in marmi policromi e onice dell’Algeria e commissionata nel 1889 per la nuova Facoltà di Medicina di Bordeaux, è rappresentativa, in chiave allegorica, di una Natura nelle sembianze di giovane donna intenta a sollevare con lenta ed elegante gestualità i veli che la avvolgono. La prima versione dell’opera venne realizzata in marmo bianco in sintonia con l’arredo dell’edificio mentre la seconda, policroma, fu destinata allo scalone principale del Conservatoire des Arts et Métiers di Parigi: in quest’ultima, la precisione certosina con cui il marmo e l’onice – provenienti da cave algerine – furono tagliati, esalta le capacità decorative dei materiali creando un delicato gioco di riflessi tra le venature dell’onice nastrato per il velo, il diaspro del marmo rosso per l’abito, la brillantezza del lapislazzuli per gli occhi e della malachite per il scarabeo, così come quella del corallo per la bocca e le labbra – conferendo un ricco effetto finale.

Tra i più prestigiosi gioiellieri e artigiani lapidari francesi del suo tempo, Morel seguì le orme del padre come maestro gioielliere e intagliatore di cristalli di rocca; il suo inequivocabile talento nell’arte in stile rinascimentale gli permise sin da subito di lavorare al fianco di influenti produttori, arrivando a ricevere commissioni di importanza sempre più elevata – come quella ricevuta dall’imperatore Napoleone I di Francia, il re di Sardegna e Papa Gregorio XVI. Nel corso della sua carriera, Morel produsse oggetti di altissima qualità per molti reali europei e per la famiglia reale britannica, che lo nominò orafo della Corona durante il suo soggiorno londinese nel 1852. Importanti fiere internazionali come la Great Exhibition del 1851 e l’Exposition Universelle di Parigi del 1855 gli conferirono riconoscimenti quali la Council Medal e la Grande Medaille per l’oreficeria e la gioielleria. Nello stesso anno, fu nominato Chevalier della Legion d’Honneur da Napoleone III.
Tra le eccezionali opere di Morel non si può tralasciare la magnifica Coppa Hope in diaspro sanguigno, con base in argento dorato, autentico capolavoro dell’arte lapidaria del XIX secolo e vera e propria prodezza tecnica. Presentata all’Esposizione universale di Parigi del 1855 e oggi esposta all’Orsay, essa trae visibilmente ispirazione dalla mitologia greca, con la raffigurazione di un Perseo che combatte contro il drago per liberare Andromeda. La coppa è composta da quattro blocchi di diaspro tagliato, lucidato e inciso, nonché da un’abbondante montatura dove si stagliano varie figure a tutto tondo e una lussureggiante decorazione vegetale in oro sbalzato e smaltato.

A cavallo di Pegaso, Perseo minaccia il drago con la sua lancia, tenendosi ben aggrappato al lato della coppa; più sotto Andromeda, incatenata alla sua roccia a livello del nodo della coppa, attende di essere liberata, mentre sei nereidi volteggiano ai suoi piedi. Il becco della coppa è ricoperto da un cartiglio in oro smaltato ornato al centro da un cammeo in diaspro raffigurante la testa di Medusa, la cui capigliatura di serpenti, anch’essa in oro smaltato, si intreccia nella pietra. Sul bordo della coppa siedono due geni che portano globi naturalmente spaccati a evocare lo stemma del committente Henry Thomas Hope.

Le meraviglie del museo francese non si limitano però a pezzi delle arti più classiche, ma rivestono letteralmente gli interni della sua architettura. Ovunque lo sguardo si pone, le pareti promanano bellezza e unicità come poche strutture sono in grado di fare.
Un esempio di tale splendore è dato certamente dalla boiserie della sala da pranzo, un connubio ligneo di mogano, rovere e pioppo patinato di bronzo dorato e gres smaltato, L’elemento d’arredo, acquisito nel 1977 da parte del futuro museo d’Orsay, venne commissionato da Adrien Bénard – famoso banchiere nonché raffinato estimatore dell’Art Nouveau e mecenate dei suoi artisti – per la sala da pranzo della sua villa di Champrosay.
Charpentier, che a inizio Novecento aveva già eseguito innumerevoli ristrutturazioni d’interni, rivelò solo a Champrosay tutta la sua vena innovativa, ideando un motivo che trasformava le colonne in pilastri rivestiti di legno, dai quali partiva un grande arco ribassato con trave centrale. Gli elementi decorativi qui presenti appartengono unicamente al mondo vegetale, come attestano i pannelli sui quali furono scolpiti ipomee, rose, lamponi, piselli e fagioli.

Alexandre Charpentier ricoprì un ruolo di primo piano nella diffusione dell’Art Nouveau, sebbene la sua carriera fu breve (poco più di venti anni di attività, con il primo successo al Salon del 1883 e la sua ultima opera datata 1905), ma fu in occasione del Salon des XX di Bruxelles, nel 1890, che Charpentier venne davvero apprezzato come artista innovatore e creativo. A partire dal 1891, nell’ambito del Salon dissidente della Société nationale des Beaux-Arts fu creata un’apposita sezione di arti decorative: qui Charpentier vi poté esporre una grande varietà di creazioni, sperimentando tutti i materiali e utilizzando le tecniche più disparate: dal gesso al marmo, dal bronzo all’oro e all’argento, dallo stagno allo zinco, e ancora vasellame di gres e maiolica ma anche vetrate artistiche, mosaici, stampe e cromolitografie, carta goffrata e carta dipinta e, ovviamente, la pittura e il disegno.
Lisa Carmignotto Bettella
Docente, antichista, biografa e ricercatrice indipendente. Autrice di numerosi articoli di letteratura classica e arte. Nel settembre del 2025 è stato pubblicato il suo primo saggio “Creta Minoica. Il Gioiello del Mediterraneo” (Prospettiva Editrice)