Tra gli storici dell’Arte, quella di Giuseppe Fusari è una figura certamente insolita per eclettismo, capace di unire professionalità istituzionale e attività giornaliera di sacerdote con libertà di comunicazione e stile di vita che si richiede ad un influencer con oltre 60mila seguitori sul profilo instagram. Eppure chi lo conosce di persona vede convivere tutti questo aspetti in modo fluente e naturale, armonizzati da un tratto pacato e insieme cordiale.
Per l’intervista all’indomani dell’uscita in libreria del suo romanzo d’esordio “I morti non mi sono mai piaciuti” – editore Neri Pozza, lo scrittore ci ha accolto in quello che chiama “il mio antro di Cibele”, lo studio straripante di monografie d’Arte dove prendono forma i suoi scritti, finora scientifici, da studioso, ora anche narrativi, da romanziere.
In una chiacchierata molto libera e godibile, abbiamo parlato del libro, lettura avvincente in particolare per gli amanti della grande Arte ma anche per tutto il pubblico, grazie ad un linguaggio attuale ed efficace, che intercala riflessioni di grande vastità a periodi brevissimi, concitati e cinematografici, dalla punteggiatura serrata. Abbiamo anche toccato in seguito argomenti riguardanti l’Arte più in generale e l’esistenza umana in questa epoca che viviamo.
La grande Arte, quella storica, dei Maestri che colpivano sia il cuore che l’immaginazione, è la vera protagonista della vicenda in cui si muove il personaggio principale, il commissario Alessandri, palestrato e sensibile detective che indaga sull’assassinio del famoso critico con cui il racconto entra nel vivo sin dalle primissime pagine. Mostre, attribuzioni di capolavori, inconfessabili segreti e clamorosi colpi di scena, distribuiti tra molteplici linee di narrazione che si intrecciano vorticosamente lungo tutti i capitoli, tengono ben desta fino alla fine l’attenzione del lettore, che viene spinto ad avvicinarsi all’Arte e approfondirne la conoscenza dall’accattivante trama degli eventi.

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E personaggi, che anche quando hanno nella vicenda solo poco più di un cameo – come ad esempio quello soprannominato il Chirurgo, autorità assoluta tra gli artisti tatuatori, di cui abbiamo parlato nell’intervista – si stagliano vividi nella memoria del lettore, ognuno con un ruolo tratteggiato, disegnato o inciso dalla penna di Fusari. Primo tra tutti ovviamente il protagonista, in cui confluiscono alcuni tratti autobiografici dell’autore, per costruire una figura a suo modo indimenticabile: il commissario Alessandri che, nella vicenda a sua volta figlio di uno storico dell’Arte, coltiva il culturismo allo scopo di affrancarsi dai drammi giovanili e padroneggiare sollevando ghisa la bussola delle emozioni.
Insomma già questa opera prima è un risultato di rilievo. Ma se vi sarà un seguito, ed altre investigazioni attenderanno il poliziotto muscoloso e riflessivo che non si arrende di fronte alle evidenze, potrebbe nascere un nuovo singolare eroe letterario, in bilico tra Mishima e Montalbano, che si muove alla ricerca della verità tra i capolavori d’Arte della terra che più di ogni altra al mondo ne custodisce in ogni suo angolo più remoto. Chissà. Mai mettere freni alla Provvidenza.