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Finestre sull’arte: la Galleria degli Uffizi

  • 11 Giugno 2026
  • Lisa Carmignotto Bettella
La facciata degli Uffizi
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Di Lisa Carmignotto Bettella

Custode di alcuni dei più interessanti capolavori artistici italiani, il cinquecentesco Palazzo degli Uffizi è un autentico emblema di bellezza architettonica e storica: a riunire gli uffici delle funzioni amministrative medicee in un’unica sede fu incaricato, dal duca di Firenze, l’eccelso Giorgio Vasari che ne progettò l’inserimento urbanistico a margine della riva dell’Arno e a fianco del palazzo della Signoria – sovrapponendo al preesistente tessuto edilizio di torri medievali e case minori un’imponente costruzione caratterizzata da linee moderne.

Ben presto un piazzale ampio andò a illuminare gli spazi bui, ristretti e malsani; la facciata del complesso a tre piani (portico, piano nobile e loggia) fu impreziosita da elementi in stile dorico; il porticato di volte a botte continua conferì alla struttura un aspetto insieme elegante e solenne. Al pianterreno dell’edificio furono trasferite le tredici Magistrature (che governavano la produzione e il commercio fiorentino), mentre al primo piano – sopra il loggiato – furono ubicati gli uffici amministrativi e gli opifici granducali, laboratori dediti alla fattura di oggetti di particolare pregio.

Nel marzo 1565, in occasione delle nozze di Francesco I e Giovanna d’Austria, fu realizzato inoltre un passaggio che univa gli Uffizi alla residenza di Palazzo Pitti, l’attuale Corridoio Vasariano – una “via aerea” riservata alla corte, che venne aperta al pubblico soltanto tre secoli più tardi.

Correva l’anno 1574 quando morirono Cosimo I e il Vasari, ma i lavori proseguirono sotto la direzione di Alfonso Parigi e Bernardo Buontalenti – cui spetterà il completamento dell’edificio. Il primo allestimento museografico della Galleria, per volere del Granduca Francesco I, fu collocato all’ultimo piano del complesso ove il braccio di levante della loggia ospitò una serie di statue antiche e busti, e lungo il corridoio andava aprendosi la Tribuna, l’ambiente ottagonale progettato dal Buontalenti destinato ad accogliere i tesori delle raccolte medicee.

Figure 1 e 2 – Vaso Medici, cratere in marmo pentelico (fine I secolo a.C.) con dettaglio: foto di Massimo Listri e Galleria degli Uffizi

Entro dei ponti tuoi multicolori

L’Arno presago quietamente arena

E in riflessi tranquilli frange appena

Archi severi tra sfiorir di fiori.

Azzurro l’arco dell’intercolonno

Trema rigato tra i palazzi eccelsi:

Candide righe nell’azzurro: persi

Voli: su bianca gioventù in colonne.

Firenze (Uffizii), tratto da Canti Orfici di Dino Campana 


La Galleria, che occupa interamente il primo e secondo piano del grande edificio vasariano, si annovera tra i musei più famosi al mondo, noto per le sue squisite collezioni di sculture antiche e di pitture che vanno dal periodo medievale a quello moderno – con particolare riguardo alle pregiatissime chef-d’œuvres trecentesche e rinascimentali di Giotto, Piero della Francesca, Beato Angelico, Filippo Lippi, Botticelli, Mantegna, Correggio, e delle tele firmate Leonardo, Raffaello, Michelangelo, Caravaggio – per tacer della pittura europea, in special guisa quella tedesca, olandese e fiamminga.

Non minoritaria, inoltre, la collezione di statuaria e busti antichi della famiglia Medici, che impreziosisce i corridoi della Galleria con riproduzioni di scultura greca realizzati in epoca romana.

Figura 3 – Ninfa seduta, marmo pentelico (II sec. d.C.): Galleria degli Uffizi

La Galleria degli Uffizi si sviluppa precipuamente su due piani, articolandosi in oltre 90 sale espositive: la prima metà dei queste, collocate al piano secondo, accoglie capolavori medievali (dal Duecento al gotico, con le opere di Cimabue, Giotto, Duccio di Buoninsegna e Gentile da Fabriano) e rinascimentali (dal Masaccio a Paolo Uccello e Piero della Francesca, dal Lippi al Pollaiolo fino a Botticelli e le opere giovanili di da Vinci), cui segue l’affascinante Tribuna del Buontalenti che racchiude sculture classiche e dipinti della collezione medicea. L’altra metà delle sale è dedicata al Cinquecento e al Seicento barocco (con opere del Manierismo e di artisti tedeschi quali Dürer e Cranach, continuando poi con Raffaello e Michelangelo, Tiziano e il primo Caravaggio; e ancora la pittura veneta e quella fiorentina del Sarto, Bronzino e Pontormo, quindi Caravaggio e Caravaggeschi), fino alla pittura del Seicento e del Settecento.

Tra i tesori che la Galleria annovera, indubbiamente un posto d’onore è occupato dallo splendido olio di Tiziano, Flora. La giovane donna ritratta sulla tela fu identificata dallo storiografo olandese Joachim von Sandrart con la ninfa sposa di Zefiro di ovidiano ricordo: il soggetto, vestito con una candida camiciola il cui drappeggio sulla spalla destra lascia intravedere il seno, emerge dal fondo bruno nell’atto di porgere, con la mano destra, un mazzo di fiori primaverili come roselline, viole e gelsomini; il capo è dolcemente reclinato sulla spalla sinistra, e lo sguardo rivolto all’esterno della tela. Flora, perfetta unione di pudicizia e voluptas, appare come una sorta di inno ai canoni estetici rinascimentali, dalla pelle di porcellana al roseo delle gote, con i lunghi capelli biondo ramati a incorniciare il delicato volto della donna.

Dapprima nella collezione di don Alfonso Lòpez, ambasciatore spagnolo ad Amsterdam, in seguito ceduta all’Arciduca Leopoldo Guglielmo d’Asburgo, la tela giungerà a Firenze nel 1793 quale scambio artistico – uno tra i tanti – tra l’Imperiale Galleria del Belvedere di Vienna e i granduchi di Toscana.

Figura 4 – Flora di Tiziano Vecellio, olio su tela (1515): Galleria degli Uffizi

Quanto all’arte scultorea, non si può tralasciare la magnificenza del gruppo del Laocoonte, collocato nel Terzo Corridoio del complesso museale toscano. L’imponente scultura di oltre due metri in marmo lunense del troiano Laocoonte riporta la narrazione mitologica secondo cui il sacerdote Laocoonte e i figli furono stritolati dai serpenti marini inviati da Poseidone, o da Atena, per impedire che l’uomo svelasse ai concittadini l’inganno del noto cavallo.

Il ritrovamento di quest’opera straordinaria fu registrata da Plinio il Vecchio nel suo Naturalis Historia, in seno al quale si riteneva che il capolavoro fosse originario del palazzo di Tito; in seguito, per volere di Giulio II della Rovere, il Laocoonte fu inserito nel cortile ottagonale del Belvedere dei Palazzi Vaticani.

Agli inizi del 1520, nella Roma di Leone X de’ Medici, si annunciò la volontà di realizzarne una replica e Baccio Bandinelli – già artista prediletto della famiglia fiorentina – ricevette la commissione del gruppo scultoreo quale dono diplomatico per il sovrano Francesco I di Valois. La realizzazione dell’opera fu ripresa dopo un periodo di sospensione, a seguito dell’elezione al soglio pontificio del cardinale Giulio de’ Medici.

Figure 5 e 6 – frontale e dettaglio Laocoonte di Baccio Bandinelli, marmo lunense (1520-25): Galleria degli Uffizi

Altro prestigiosissimo pezzo scultoreo ospitato dal complesso degli Uffizi, il San Lorenzo della Collezione Contini Bonacossi, una delle incantevoli operedi un giovanissimo Gian Lorenzo Bernini in cui, ancorché già percepibile una certa maturità stilistica, appare evidentel’influenza dei lavori di Michelangelo attraverso unareinterpretazione dei nudi virili e dell’Adamo della Cappella Sistina.

Assoluto protagonista dell’età barocca italiana, Bernini realizzò capolavori senza tempo grazie al connubio di studi tecnici e resa espressiva di altissima qualità. Nel caso del San Lorenzo, Domenico Bernini ammise che il padre, per trasporre sul marmo il dolore patito dal Santo durante il suo martirio, accostò una gamba nuda presso una brace ardente, studiando su di sé l’alterazione delle carni e riportando tutto col lapis.

Sulla scultura il volto del santo, benché sofferente, appare disteso e con sguardo rivolto verso l’alto grazie al contatto col divino; in questa prospettiva, l’essere umano si eleva oltre la fragilità fisica, travalicando i confini della materia.

Figura 7 – San Lorenzo di Gian Lorenzo Bernini, marmo bianco (1617): Galleria degli Uffizi

La Galleria degli Uffizi risulta essere un autentico prodigio architettonico. A testimonianza di ciò la Tribuna, realizzata fra il 1581 e il 1583 dall’architetto Bernardo Buontalenti per “tenere le più preziose gioie ed altre delizie onorate e belle che abbia il Granduca”, come disse Francesco I de’ Medici. Nel corso del tempo, questo spazio divenne uno scrigno tanto di opere d’arte quali sculture e pitture, quanto di bizzarra oggettistica proveniente dal mondo naturale.

Figure 8 e 9 – Tribuna di Bernardo Buontalenti (1581-1583): Galleria degli Uffizi

La struttura a pianta ottagonale della sontuosa wunderkammer riecheggia esternamente di classicismo e d’antichità cristiana con un’architettura permeata di simbolismo: la cupola appare all’interno come volta celeste, ed esternamente presenta una lanterna (sormontata da banderuola di ferro) la cui lancetta funge da rosa dei venti.

Figura 10 – dettaglio cupola Tribuna di Bernardo Buontalenti (1581-1583) : Galleria degli Uffizi

Francesco I dispose che gli arredi della Tribuna richiamassero i quattro elementi del mondo naturale: la Terra data dall’originale pavimento a otto sezioni che l’architetto Buontalenti realizzò rifacendosi al mondo floreale, poi riccamente decorato da marmi policromi intarsiati (con alabastro dell’Africa settentrionale, porfido verde della Turchia nonché porfido d’Egitto) e raffigurazioni di piante e animali dipinte dal naturalista Jacopo Ligozzi lungo lo zoccolo andato poi perduto; tributo all’Acqua furono senz’altro le oltre cinquemila conchiglie di madreperla dell’Oceano Indiano, certosinamente incastonate su un fondo tinto con lacca di cocciniglia al di sotto della quale furono stesi più di un centinaio di metri quadri di lamina di foglia d’oro. I pregiati velluti rosso cremisi con frange dorate applicati alle pareti furono un tocco di estrema eleganza per rappresentare l’elemento igneo, e al quarto – ed ultimo – si dedicarono la deliziosa lanterna aperta ai venti e le otto luminose finestre.

Posti all’ultimo piano della struttura degli Uffizi, i tre corridoi – rispettivamente di Levante, di Mezzogiorno e di Ponente – rappresentano la Galleria nella sua totalità. I loro soffitti affrescati illustrano pitture dalle tematiche più varie: da quelle del primo corridoio, voluti dal granduca Francesco I, con raffigurazioni mitologiche, fino a quelle commissionate da Cosimo, illustrative delle glorie toscane e della famiglia Medici. Le deliziose vedute dai finestroni dei corridoi abbracciano con sguardo romantico la città tosca e i suoi monumenti.

Il primo corridoio, o Corridoio di Levante, raccoglie una selezione di squisite sculture classiche possedute dalla famiglia Medici, collezione che nel tempo è giunta a estendersi (per un totale di quasi cento statue e oltre centoquaranta busti) anche agli altri due corridoi della galleria fiorentina. Quasi tutte le statue – perlopiù copie di età imperiale di prototipi greci –  furono acquistate dalla nobile famiglia dal mercato antiquario di Roma fra il Cinquecento e gli inizi del Settecento, poi sottoposte a integrazioni per mano di fini artigiani rinascimentali e barocchi specializzati nel restauro di marmi antichi.

Le grottesche della sontuosa Domus Aurea neroniana ispirarono gli artisti cinquecenteschi per la decorazione dei soffitti, che furono così affrescati con fantasie metamorfiche disposte secondo le precise indicazioni dei Granduchi di Toscana. Le prime e più antiche grottesche, commissionate da Francesco I de’ Medici, furono affidate alle botteghe di Antonio Tempesta e di Alessandro Allori: che realizzarono una narrazione simbolica articolata in quattro macro temi: la celebrazione della famiglia Medici; la rappresentazione di soggetti cosmologici e naturali; lo sposalizio tra Francesco I e la seconda moglie Bianca Cappello; la celebrazione delle Virtù.

Nel corridoio di Levante furono disposti anche i dipinti della collezione Gioviana e di quella Aulica: i primi collocati in ordine cronologico e divisi secondo le varie professioni, tra regnanti, papi, letterati e uomini d’arme; i secondi dedicati alla celebrazione della genealogia medicea, da Giovanni di Bicci  (padre di Cosimo il Vecchio) a Piero il Fatuo (figlio di Lorenzo il Magnifico), da Caterina de’ Medici e i Papi Leone X e Clemente VII, passando per il ramo di Giovanni dalle Bande Nere e Maria Salviati (genitori di Cosimo I), concludendo con Cosimo II e Maria Maddalena d’Austria.

Figura 11 – Corridoio di Levante: foto di Massimo Listri

Il secondo corridoio, o Corridoio di Mezzogiorno, è il più corto dei tre e affaccia sul fiume Arno e Ponte Vecchio. Ospitò a lungo bronzi antichi come la Chimera etrusca, dei primi del IV secolo a.C., e l’Arringatore, degli inizi del I secolo a.C., in seguito trasferiti al Museo Archeologico Nazionale di Firenze, conservando invece le sculture marmoree tra cui la splendida Musa dell’artigiano Atticiano, originario di Afrodisia di Caria.

Ultimo dei tre ad essere decorato, per volere del Granduca Cosimo III de’ Medici, i soffitti del corridoio di Mezzogiorno furono elegantemente affrescati tra il 1696 e il 1699 in continuità con il terzo corridoio, secondo uno schema iconografico dal carattere didattico-celebrativo, abbandonando il genere “a grottesca” per lasciare spazio a soggetti sacri come la celebrazione dei santi fiorentini e la glorificazione dei Granduchi di Toscana personificati come Virtù.

Quanto ai dipinti della serie Gioviana, è possibile ammirare una raffinata ritrattistica di papi e regnanti, mentre la Serie Aulica del secondo corridoio continua l’esaltazione della casata dei Medici (con i ritratti del Granduca Ferdinando II e di Maria, regina di Francia) e della Rovere (con Federico Ubaldo e sua figlia Vittoria, futura sposa di Ferdinando II).

All’ingresso del terzo corridoio le due statue di Marsia appeso a un albero, il satiro vinto da Apollo in una competizione musicale: la statua di sinistra, il cosiddetto Marsia rosso, in marmo venato da sfumature purpuree che richiamano il colore della carne viva del satiro privato della sua pelle. Di fronte il Marsia in marmo bianco. Nella ritrattistica scultorea, di eccezionale interesse è il pezzo dell’imperatore Caracalla, databile agli inizi del III secolo d.C. Al termine del corridoio è posta la statua del Cinghiale, il cui marmo fu gravemente danneggiato dall’incendio del 1762, e al suo fianco il magnifico gruppo del Laocoonte.

Il terzo corridoio fu affrescato in occasione del rinnovamento della Galleria su ordine del Granduca Ferdinando II de’ Medici affidando la decorazione a Jacopo Chiavistelli e Agnolo Gori, che elaborarono figure corredate da didascalie narranti la storia e le glorie della Toscana, con le sue eccellenze  umanistiche, artistiche scientifiche. Furono recuperate le grottesche, impreziosite con cornici architettoniche fittizie e strutture complesse, e perciò più confacenti al gusto barocco.

I dipinti della serie Gioviana e Aulica propongono le serie dei sultani orientali, dei regnanti europei, degli uomini d’arme e dei letterati  (spiccano qui gli scienziati Evangelista Torricelli, Vincenzo Viviani, Francesco Redi, Lorenzo Bellin, e il letterato Vincenzo da Filicaja) e, con l’avvento della dinastia degli Asburgo, la serie della ritrattistica lorenese.

Figure I2 e 13– Corridoio di Ponente e dettaglio gruppo scultoreo del Laocoonte: Galleria degli Uffizi

Fiore all’occhiello del complesso degli Uffizi è la Sala della Niobe: l’architettura neoclassica di questo magnifico spazio fu commissionata dal Granduca Pietro Leopoldo di Lorena per offrire una degna cornice al gruppo scultoreo rinvenuto a Roma nei primi del 1583. I tredici pezzi, tutt’oggi conservati impeccabilmente, narrano una delle storie più tragiche del mito antico: l’uccisione dei figli di Niobe (moglie del re di Tebe) che nella leggenda offese la dea Latona, dichiarandosi una madre migliore. Dinanzi a tale tracotanza, la dea incaricò i figli Apollo e Artemide di uccidere i sette figli maschi e le sette figlie femmine dell’insolente Niobe – frattanto trasformata in pietra – il cui dolore straziante le fece versare infinite lacrime.

Figure 14 – Sala della Niobe: Massimo Listri

Tra le varie opere che ospita quest’ala degli Uffizi, inaugurata nel febbraio del 1780, è doveroso menzionare le due imponenti tele en pendant del fiammingo Pieter Paul Rubens, L’ingresso di Enrico IV a Parigi ed Enrico IV alla Battaglia di Ivry, acquistati da Cosimo III de’ Medici nel 1686. 

Ampia, luminosa e raffinata, la Biblioteca degli Uffizi (ex Biblioteca Magliabechiana) fu predisposta nel XVIII secolo per accogliere i 30.000 volumi (tra manoscritti e a stampa) eredità di Antonio Magliabechi, bibliotecario dei granduchi medicei.

Figure 15 e 16 – Biblioteca: Galleria degli Uffizi

La biblioteca fu allestita in seno alla sezione degli Uffizi in precedenza adibita ad antico teatro degli Istrioni, la cui decorazione fu affidata alle sobrie cure dell’artista e architetto di corte medicea Giovan Battista Foggini. Nel 1747 la Biblioteca Magliabechiana fu aperta al pubblico, divenendo per oltre due secoli meta di rendez-vous per gli accademici fiorentini e per i più illustri studiosi italiani e stranieri.

Nel 1885 la Magliabechiana acquisì il titolo di Biblioteca Nazionale Centrale.

Lisa Carmignotto Bettella


Docente, antichista, biografa e ricercatrice indipendente. Autrice di numerosi articoli di letteratura classica e arte. Nel settembre del 2025 è stato pubblicato il suo primo saggio “Creta Minoica. Il Gioiello del Mediterraneo” (Prospettiva Editrice) <<LINK

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