Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
    • Architettura
  • Visual&Digital
    • Fotografia
    • Cinema
    • Fumetto
  • Spazio&Civiltà
    • Mirabilia
    • Design
    • Restauro
    • Parole d’Arte
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
  • Interviste
    • Interviste ai Collezionisti
    • Arte controcorrente
    • Tutte le Interviste
  • Mostre&Eventi
  • Colophon
  • Redazione & Autori
  • Gallery Autori
  • Artifiction
  • Contatti
  • Vuoi contribuire?
  • Colophon
  • Redazione & Autori
  • Gallery Autori
  • Artifiction
  • Contatti
  • Vuoi contribuire?
Ieroglifo

la prima rivista d'arte senza critici*

Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
    • Architettura
  • Visual&Digital
    • Fotografia
    • Cinema
    • Fumetto
  • Spazio&Civiltà
    • Mirabilia
    • Design
    • Restauro
    • Parole d’Arte
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
  • Interviste
    • Interviste ai Collezionisti
    • Arte controcorrente
    • Tutte le Interviste
  • Mostre&Eventi
  • Arti Native
  • Editoriali
  • Spazio&Civiltà

Cubismo Dodecafonico

  • 23 Maggio 2026
  • Jervé
La musica nell’arte cubista
Total
0
Shares
0
0
0

C’è un tipo di esperimento che la storia dell’arte conosce bene: quello che apre una porta, ci passa attraverso, e poi la richiude dietro di sé senza che nessuno abbia trovato utile seguirlo.

Il Cubismo e la dodecafonia sono due di questi esperimenti. Nati a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, nei primissimi decenni del Novecento, condividono una logica profonda che li accomuna al di là della diversità dei rispettivi ambiti: entrambi si propongono di ampliare il repertorio percettivo del proprio linguaggio, entrambi lo fanno attraverso una sistematica destrutturazione delle convenzioni ereditate, entrambi producono opere di non agevole fruizione. E, guardati a un secolo di distanza, entrambi si rivelano binari morti — percorsi con rigore e talento, ma che non conducono da nessuna parte che non sia sé stessi.

La porta che Picasso aprì e non richiuse del tutto

Prima delle Demoiselles d’Avignon — l’opera che la letteratura artistica indica unanimemente come atto inaugurale del Cubismo — c’è un ritratto. E vale la pena fermarvisi un momento, perché chi sa leggere le opere trova già lì, in nuce, tutto quello che verrà — insieme a qualcosa che le storie ufficiali del Cubismo tendono a sorvolare.

Nel 1905 Picasso propone a Gertrude Stein di posargli. Fatto già insolito: il pittore spagnolo lavora quasi sempre di memoria, non usa modelli. La Stein è scrittrice d’avanguardia, ereditiera americana trapiantata a Parigi con il fratello Leo, frequentatrice instancabile di gallerie e atelier. Colleziona Cézanne, Matisse, ora collezionerà anche lui. Le sedute di posa si protraggono per mesi, ottanta, novanta pose, la Stein stessa non è sicura del numero nella sua autobiografia. Ad un certo punto Picasso cancella il volto del tutto.

Non riesce più a vederlo, dice, e si reca quindi in Spagna, a Gòsol. Torna a Parigi nell’autunno del 1906 e ridipinge il volto — senza la modella davanti: non ne ha più bisogno. Il risultato è un volto che non assomiglia a nessun altro dipinto di quel periodo: asimmetrico, mascheriforme, con una severità iberica arcaica che non appartiene al “periodo rosa” appena concluso. Le mani, ancora morbide e post-impressioniste, denunciano il distacco: appartengono a un altro pittore. Il volto invece è già altrove: è il laboratorio segreto di ciò che esploderà l’anno seguente.

Pablo Picasso, Ritratto di Gertrude Stein, 1905–1906, olio su tela, 99,6 × 81,3 cm © Metropolitan Museum of Art, New York. Fonte: metmuseum.org

Chi guarda questo ritratto sapendo quello che viene dopo vi legge la prova generale. Chi invece si chiede perché Picasso — ambizioso in modo che pochi artisti di ogni tempo possono eguagliare — accettasse di dedicare mesi al ritratto di una mecenate americana, e perché quella mecenate avrebbe poi costruito, con i suoi salotti, i suoi scritti e la sua rete transatlantica, gran parte del mito di Picasso come gigante indiscutibile del Novecento, troverà una domanda altrettanto interessante. I rapporti tra genio, ambizione e promozione non sono mai stati semplici, e raramente sono stati casuali.

Ma torniamo all’opera. Nel 1907, in uno studio parigino di Rue de Ravignan, Picasso dipinge in circa nove mesi un quadro che nessuno dei suoi amici, al primo sguardo, capisce davvero. Lo chiama Le Bordel d’Avignon. I posteri lo ribattezzeranno Les Demoiselles d’Avignon, titolo più presentabile per un’opera che ritrae cinque donne di un bordello barcellonese, e che oggi è conservata al MoMA di New York.

Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon, 1907, olio su tela, 243,9 × 233,7 cm — ©MoMA, New York. Fonte: moma.org/collection/works/79766

Cinque figure, cinque punti di vista contemporanei sulla stessa scena. La figura accasciata in basso a destra ha il volto ruotato di quasi 180 gradi rispetto al corpo — fisicamente impossibile, percettivamente rivelatore. Picasso non vuole dipingere ciò che l’occhio vede da un punto fisso, vuole dipingere ciò che la mente sa di un corpo, la somma delle sue facce. Non è ancora Cubismo, è Proto-Cubismo: l’anno zero di un’idea.

Georges Braque, Maisons à l’Estaque, 1908, olio su tela, 73 × 60 cm — Kunstmuseum Bern. Fonte: wikiart.org

L’anno seguente, il 1908, è Georges Braque a portare quella stessa idea nel paesaggio. A L’Estaque, villaggio costiero nei pressi di Marsiglia, dipinge le case del borgo come fossero costruite da volumi puri impilati gli uni sugli altri, senza gerarchia prospettica, senza ombra naturalista, senza punto di fuga. Il critico Louis Vauxcelles, nell’esaminare il ciclo al Salon d’Automne, parla con sufficienza di petits cubes. Il nome resta — come accade sempre con le etichette apposte dal disprezzo.

Tra il 1908 e il 1914, Picasso e Braque lavorano quasi in simbiosi, a tratti scambiando opere senza firmarle, incapaci di distinguere le proprie ricerche da quelle dell’altro. Questa è la fase del Cubismo analitico: la forma viene scomposta in piani sovrapposti, il colore ridotto a una gamma terrea di grigi, ocre e verdi, la luce diffusa ovunque senza provenire da nessun luogo. L’oggetto esiste come totalità mentale, non come apparenza visiva. È un programma pittorico coerente, severo, intellettualmente ambizioso.

Verso il 1912 la tensione si allenta. Arriva la carta da giornale, la sabbia, il legno finto, il collage: è il Cubismo sintetico. L’opera non è più un’analisi densa e difficile, ma una sintesi giocosa di frammenti del mondo reale. È pittura ancora intelligente, ma già meno urgente: il motore si è scaricato.

Quando Schoenberg abolì la tonica

A Vienna, qualche anno dopo, un compositore di quarantasei anni sta cercando di risolvere un problema che sente urgente da un decennio: come fare musica senza la tonalità — quel sistema di gerarchie tra le note che governa l’intera musica occidentale da Bach in poi.

Arnold Schoenberg non è un rivoluzionario per vocazione. Lo dichiara esplicitamente in una lettera del 1937: “Provo repulsione all’essere considerato un rivoluzionario, appunto perché non lo sono.” Ma il cromatismo wagneriano e post-romantico aveva già eroso le fondamenta tonali fino al punto di collasso: le armonie di Tristano erano cariche di tensioni non più risolvibili nei termini dell’ordine tradizionale. Qualcuno doveva fare il passo successivo.

Schoenberg lo fa in modo sistematico. Tra il 1921 e il 1923 elabora quello che chiama Komposition mit zwölf Tönen — composizione con dodici note. Il principio è di una semplicità quasi brutale: le dodici note della scala cromatica vengono ordinate in una “serie” fissa; nessuna si ripete prima che le altre undici siano state utilizzate; la serie può essere invertita, retrogradare, trasposta, ma non alterata nella struttura degli intervalli. La gerarchia tonica è abolita per decreto compositivo.

Il primo lavoro in cui questa tecnica è applicata sistematicamente a tutti i movimenti è la Suite per pianoforte op. 25, composta tra il 1921 e il 1923 ed eseguita per la prima volta a Vienna il 25 febbraio 1924 dal pianista Eduard Steuermann. I sei movimenti — Preludio, Gavotta, Musetta, Intermezzo, Minuetto, Giga — portano titoli di antica danza barocca: un involucro tradizionale, un contenuto radicalmente destabilizzante.

Arnold Schoenberg — fotografia pubblico dominio, archivio Arnold Schönberg Center, Vienna: schoenberg.at

La serie fondamentale dell’op. 25 è: MI–FA–SOL–RE♭–SOL♭–MI♭–LA♭–RE–SI–DO–LA–SI♭.

Chi si aspetta di riconoscerla all’ascolto, resterà deluso: il sistema funziona sulla carta con la precisione di un meccanismo a orologeria, ma la mente umana, biologicamente configurata per cercare la tonica, l’intervallo stabile, il ritorno alla base, naviga queste successioni come in assenza di gravità. Il risultato può essere affascinante nella sua stranezza, ma resta fondamentalmente impermeabile all’ascolto istintivo.

Il caso limite: Webern

Tra gli allievi di Schoenberg, Anton Webern porta il metodo alla sua radicalizzazione più estrema — e più onesta intellettualmente. Le sue Variazioni per pianoforte op. 27 (1936) durano in tutto poco più di cinque minuti: tre movimenti, ciascuno dei quali costruisce strutture contrappuntistiche simmetriche di straordinaria complessità, canoni speculari, combinazioni geometriche della serie che si riflettono nel registro, nella dinamica, nella posizione delle mani. Webern stesso, durante le prove con il pianista Peter Stadlen che eseguì l’opera in prima assoluta, non menzionò mai l’aspetto dodecafonico: parlava di carattere, di fraseggio, confrontava il secondo movimento alla Badinerie dalla Suite in si minore di Bach.

Anton Webern, Variazioni op. 27, II movimento — Maurizio Pollini, pianoforte

Il risultato è musica che esiste come architettura pura: rigorosa, coerente, autoconsistente — e quasi impossibile da seguire come esperienza.

Anton Webern — fotografia (pubblico dominio)

Cosa resta dopo un esperimento

Il punto cruciale non è la difficoltà in sé — l’arte ha sempre potuto essere complessa, e la complessità non è un difetto. Il punto è quello che viene dopo.

Un movimento artistico vitale genera discendenti. Non imitatori, non accademici della maniera: figli che prendono il problema aperto dal padre e lo portano un passo più in là. L’Impressionismo genera il Post-impressionismo, che a sua volta genera il Fauvismo e l’Espressionismo. Il Rinascimento genera il Manierismo, poi il Barocco. Ogni stagione creativa vera lascia un’eredità lavorabile.

Il Cubismo e la dodecafonia hanno generato invece o negazioni o radicalizzazioni. Il Costruttivismo russo usa la lezione cubista e la piega in chiave ideologica e progettuale, tradendo la premessa visiva: non è uno sviluppo, è un’applicazione. L’Astrattismo geometrico, da Mondrian in poi, prende la frammentazione della forma e la porta alla sua dissoluzione completa — la figura scompare, lo spazio si riduce a relazioni pure tra piani e colori. È un addio alla premessa del Cubismo, non un’estensione.

“Troppe certezze sterili, troppi dubbi fecondi”

FABRIZIO CARAMAGNA

Sul versante musicale, il serialismo integrale di Boulez, Nono e dei compositori della Darmstadt degli anni Cinquanta estende il principio schoenberghiano dalla sola altezza delle note al ritmo, all’intensità, al timbro, alla densità. Il risultato è musica in cui ogni parametro è controllato da una serie: un sistema tanto coerente da risultare opaco persino a chi lo ha composto in fase di ascolto. La musica spettrale che emerge negli anni Settanta con Murail e Grisey nasce esplicitamente come reazione — non come continuazione.

Nessun nipote, insomma. Solo figli che rinnegano o figli che esasperano fino all’autodistruzione del sistema.

Il verdetto del tempo

Questo è ciò che un secolo di storia consente di formulare con una certa serenità: Cubismo e dodecafonia sono state esplorazioni creative storicamente necessarie — come ogni esperimento di frontiera è necessario, nella misura in cui senza di esso non si sa dove sia la frontiera. Ma sono stati, alla fine, esperimenti sterili nel senso preciso del termine: non hanno prodotto discendenza vitale.

Vale la pena ricordare che Schoenberg stesso aveva chiarissima la propria posizione nella storia: “Non si trattava di un ritorno all’ordine, giacché non vi fu mai disordine, ma, al contrario, di un’ascesa verso un ordine più alto e migliore.” È una frase ambiziosa, e probabilmente sincera. Ma l’ordine più alto e migliore non ha trovato chi lo abitasse dopo di lui.

Il Cubismo e la dodecafonia restano nei musei e nelle antologie. Testimonianze di un momento in cui l’arte ha voluto sapere fino a dove poteva spingersi lungo certi percorsi. La risposta, emersa nel tempo, è stata: fin lì, e non oltre.

Sic transit.

Jervé
Jervé, nato Gustavo, Alberto Palumbo, artista, designer, architetto, formatore, blogger,…
Total
0
Shares
Share 0
Tweet 0
Pin it 0
Share 0
Share 0
Share 0
Share 0
Related Topics
  • Braque
  • Cubismo
  • Dodecafonia
  • Gertrude stein
  • Musica dodecafonica
  • Picasso
  • Schoemberg
  • Webern
Articolo Precedente
  • Mirabilia
  • Spazio&Civiltà

La modernità della storia: il Rijksmuseum

  • 7 Maggio 2026
  • Redazione
Visualizza Post
Articolo Successivo
  • Mirabilia
  • Spazio&Civiltà

Finestre sull’arte: la Galleria degli Uffizi

  • 11 Giugno 2026
  • Lisa Carmignotto Bettella
Visualizza Post
ARTI, LINGUAGGI E SOCIETÀ
  • 1
    Finestre sull’arte: la Galleria degli Uffizi
    • 11 Giugno 2026
  • 2
    Cubismo Dodecafonico
    • 23 Maggio 2026
  • 3
    La modernità della storia: il Rijksmuseum
    • 7 Maggio 2026
  • 4
    Il Goliardo noioso
    • 9 Aprile 2026
  • 5
    Ma non l’avete capito? L’arte contemporanea è alla frutta!
    • 28 Novembre 2024
Parole D’Arte
  • Eurofestival celebra il trionfo della morte nell’arte

    • 13 Maggio 2024
    Visualizza Post
  • Tanto rumore per nulla

    • 12 Marzo 2023
    Visualizza Post
  • Il concetto di Arte tra Simbolismo e Psiche

    • 5 Gennaio 2023
    Visualizza Post
da Penna e Pennello
    • Arte controcorrente
    #3 Quale è l’elemento principale usato per fare arte?
    • Arte controcorrente
    #2 I tre temi dell’Arte di oggi
    • Arte controcorrente
    #1 Quando è Opera d’Arte?
Post Recenti
    • Arti Native
    • Editoriali
    La codardìa dell’arte moderna
    • 14 Giugno 2026
    • Mostre&Eventi
    • Pittura
    Il Beato Pantone
    • 11 Aprile 2026
    • Editoriali
    L’Arte Contemporanea è ancora Contemporanea?
    • 13 Marzo 2026
    • Architettura
    • Mirabilia
    Destinazione Arte: il Musée d’Orsay
    • 9 Marzo 2026
Mostre Ed Eventi
  • Il Beato Pantone
    • 11 Aprile 2026
  • “Artissime”
    • 12 Dicembre 2025
  • Eterna Pittura: intervista a Maurizio Bottoni
    • 17 Novembre 2024
FOLLOW US
Categorie
  • Arti Native
    • Architettura
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
  • Artifiction
  • Editoriali
  • Idea Ieroglifo
  • Interviste
    • Arte controcorrente
    • Intervista a…
    • Interviste ai Collezionisti
  • Mirabilia
  • Miscellanea
  • Mostre&Eventi
  • Photogallery Opere
  • Professione
  • Spazio&Civiltà
    • Arte&Scienza
    • Collezionismi
    • Design
    • Filrouge
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
    • Parole d'Arte
    • Restauro
  • Visual&Digital
    • Cinema
    • Fotografia
    • Fumetto
Photogallery Contributori
  • Enrico Meo
  • Jervé
  • Alberto Melari
Archivi
  • Giugno 2026 (2)
  • Maggio 2026 (2)
  • Aprile 2026 (3)
  • Marzo 2026 (2)
  • Dicembre 2025 (1)
  • Gennaio 2025 (1)
  • Dicembre 2024 (2)
  • Novembre 2024 (2)
  • Agosto 2024 (4)
  • Luglio 2024 (1)
  • Giugno 2024 (1)
  • Maggio 2024 (3)
  • Aprile 2024 (6)
  • Dicembre 2023 (5)
  • Novembre 2023 (6)
  • Ottobre 2023 (2)
  • Settembre 2023 (3)
  • Agosto 2023 (2)
  • Luglio 2023 (5)
  • Maggio 2023 (2)
  • Aprile 2023 (3)
  • Marzo 2023 (2)
  • Febbraio 2023 (1)
  • Gennaio 2023 (3)
  • Dicembre 2022 (4)
  • Novembre 2022 (4)
  • Novembre 2021 (1)
  • Ottobre 2021 (1)
  • Settembre 2021 (5)
  • Luglio 2021 (2)
  • Giugno 2021 (5)
  • Maggio 2021 (12)
  • Aprile 2021 (12)
  • Marzo 2021 (19)
  • Gennaio 2021 (3)
Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
  • Visual&Digital
  • Spazio&Civiltà
  • Interviste
  • Mostre&Eventi
LA PRIMA RIVISTA D'ARTE SENZA CRITICI*

Inserisci la chiave di ricerca e premi invio.