Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
    • Architettura
  • Visual&Digital
    • Fotografia
    • Cinema
    • Fumetto
  • Spazio&Civiltà
    • Mirabilia
    • Design
    • Restauro
    • Parole d’Arte
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
  • Interviste
    • Interviste ai Collezionisti
    • Arte controcorrente
    • Tutte le Interviste
  • Mostre&Eventi
  • Colophon
  • Redazione & Autori
  • Gallery Autori
  • Artifiction
  • Contatti
  • Vuoi contribuire?
  • Colophon
  • Redazione & Autori
  • Gallery Autori
  • Artifiction
  • Contatti
  • Vuoi contribuire?
Ieroglifo

la prima rivista d'arte senza critici*

Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
    • Architettura
  • Visual&Digital
    • Fotografia
    • Cinema
    • Fumetto
  • Spazio&Civiltà
    • Mirabilia
    • Design
    • Restauro
    • Parole d’Arte
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
  • Interviste
    • Interviste ai Collezionisti
    • Arte controcorrente
    • Tutte le Interviste
  • Mostre&Eventi
  • Architettura
  • Arti Native
  • Design
  • Spazio&Civiltà

No, l’ornamento non era un delitto

  • 24 Agosto 2026
  • Jervé
L’inconfondibile ingresso della metropolitana di Parigi
Total
0
Shares
0
0
0

Nel 1908 l’architetto viennese Adolf Loos pubblica un saggio dal titolo inequivocabile: “Ornament und Verbrechen” — Ornamento e delitto. La tesi è radicale: ogni ornamento è uno spreco di lavoro, di materiale, di tempo; è la sopravvivenza di un istinto primitivo che la civiltà progredita deve sopprimere. Qualche decennio dopo, Mies van der Rohe formula il principio che diventerà il più citato della storia del design moderno: “Less is more”. Due frasi, un solo vettore. E da quel vettore è scaturito il mondo in cui viviamo.

Ludwig mies van der Less is more

Vale la pena fermarsi su questo punto con la precisione che merita, perché non si tratta di una questione estetica — o almeno, non solo. Si tratta di una questione antropologica. Il paesaggio di forme in cui un’umanità vive non è uno sfondo neutro alla sua esistenza: è il contesto simbolico dentro cui i gesti quotidiani acquisiscono o perdono significato, dentro cui l’individuo si percepisce come parte di qualcosa che lo precede e lo supera, o come atomo isolato che attraversa uno spazio indifferente. Quando si modifica sistematicamente quel paesaggio — e il Minimalismo lo ha fatto, su scala globale, nel giro di pochi decenni — si modificano i comportamenti, le percezioni, le soglie di attenzione, il senso di appartenenza. Si modifica, in una parola, l’umano.

Questo è ciò di cui vale la pena parlare. Non di estetica. Di antropologia.

Salvare Mies dal minimalismo

Cominciamo con una precisazione necessaria, perché sarebbe disonesto liquidare Mies van der Rohe come il responsabile del disastro. “Less is more” è un principio operativo, non un dogma cosmologico. Nel contesto in cui fu formulato — quello di un’architettura che cercava di liberarsi dall’eccesso decorativo tardo-vittoriano, dall’ornamento come riempitivo, dalla superficie che nascondeva la struttura invece di esprimerla — aveva una sua legittimità precisa. Era una norma procedurale, non una sentenza metafisica sul valore dell’ornamento in assoluto.

Il problema è accaduto dopo, quando quella norma procedurale è stata estratta dal suo contesto e applicata universalmente, come se fosse una legge fisica inevitabile, definitiva, valida in ogni ambito e in ogni scala. Di una norma esiste il testo ed esistono poi le sue modalità applicative. Confondere i due livelli è un errore in qualsiasi campo. E se pensiamo che in architettura e nel design è diventato una sorta di errore “civilizzatorio”, capiamo la portata delle conseguenze.

Il funzionalismo puro è ineccepibile nella sua parte tecnologica: la fisica ha leggi inaggirabili, e la progettazione che si confronta con la resistenza dei materiali, con la termodinamica, con la statica, deve rispettarle senza sentimentalismi. Ma l’oggetto progettato non è solo un sistema di forze: è anche un interlocutore. Parla a chi lo usa, lo abita, lo attraversa. E se lo si priva della capacità di parlare — riducendolo alla sola funzione — non si ottiene un oggetto più puro: si ottiene un oggetto muto.

Decoro e decorazione: il fraintendimento fondamentale

Il nodo concettuale che il dibattito novecentesco non ha mai sciolto — o non ha voluto sciogliere — è la distinzione tra Decoro e Decorazione. Sono due cose radicalmente diverse, e trattarle come sinonimi è stato l’errore — o la mossa — che ha reso possibile la semplificazione ideologica.

La Decorazione è aggiunta. È l’ornamento che non appartiene alla struttura dell’oggetto, che potrebbe non esserci senza che l’oggetto cambiasse natura. Può essere ridondante, può essere kitsch, può essere uno strato superficiale che nasconde ciò che sta sotto. Su questo Loos e Mies avevano ragione: l’eccesso decorativo fine a se stesso è rumore. Il Decoro è un’altra cosa. È la forma significante: quella componente della forma dell’oggetto che porta un significato non riducibile alla funzione pratica, ma parte integrante della funzione completa dell’oggetto in quanto interlocutore culturale. Una colonna dorica non è decorata: è decorosa. Il suo profilo, le sue proporzioni, la scanalatura del fusto parlano di ordine, di misura, di rapporto tra la forza e la grazia. Togliere quella forma e sostituirla con un pilastro in acciaio a sezione quadrata risolve identicamente il problema strutturale — ma ammutolisce l’oggetto. Lo riduce a puntello.

La forma della colonna di ordine dorico

Il Novecento ha scambiato il Decoro per Decorazione, e lo ha ostracizzato insieme ad essa. Non è stata una svista: è stata una semplificazione ideologicamente conveniente, perché eliminare il Decoro significava anche eliminare il riferimento a tradizioni simboliche condivise, a sistemi di significato collettivi, a una memoria della forma che è anche memoria di una civiltà. Il Minimalismo non ha solo semplificato le forme: ha silenziato una conversazione che durava da millenni.

La soglia e l’ipnosi quotidiana

C’è un’esperienza elementare, quotidiana, corporea, che chiunque può verificare senza bisogno di preparazione teorica: il passaggio attraverso una porta. Non qualsiasi porta — una porta che abbia una cornice, un architrave, anche solo un accenno di timpano, un qualsiasi elemento che esuli dalla pura funzione divisoria. Quel dettaglio apparentemente superfluo fa qualcosa che una porta metallica di sicurezza non fa: segnala che è accaduto un evento.

Un passaggio con marcatori extrafunzionali

L’elemento decoroso — la cornice, il profilo, il marcapiano — agisce sull’inconscio di chi transita come un marcatore di soglia. Dice: non sei più fuori, non sei più nell’altra stanza. Dice che la transizione ha avuto luogo, che il prima e il dopo non sono la stessa cosa, che ciò che accade qui ha una qualità diversa da ciò che accadeva lì. Attiva l’attenzione. Introduce una micro-coscienza del momento che senza quel segnale non si produce.

La porta metallica di sicurezza svolge la propria funzione con perfezione: divide, protegge, isola acusticamente, resiste all’effrazione. Non fa nulla di più. E quel “nulla di più”, moltiplicato per ogni porta, ogni corridoio, ogni spazio di transizione della giornata, produce un effetto cumulativo preciso: l’ipnosi quotidiana. Il flusso indistinto di gesti che si succedono senza mai diventare eventi, senza mai attivare la consapevolezza che si è passati da uno stato all’altro, da uno spazio all’altro, da una qualità dell’essere all’altra.

Una passaggio muto

Non è un’osservazione poetica. È un’osservazione fenomenologica: descrive qualcosa che accade, verificabile nel corpo di chiunque voglia prestare attenzione alla propria esperienza di attraversamento degli spazi. E ha conseguenze comportamentali reali: un individuo che vive in un ambiente di soglie non marcate è un individuo a cui è stato sottratto un sistema di segnali che scandivano il tempo, articolavano lo spazio, conferivano ritmo e significato al succedersi dei momenti. È un individuo esposto in modo continuativo a un ambiente semanticamente piatto — e la piattezza semantica non è neutra: orienta verso la piattezza dell’esperienza.

Non è un caso che le culture tradizionali — tutte, senza eccezione geografica o storica — abbiano marcato le soglie con rituali, con ornamenti, con simboli. L’arco di trionfo romano, il torii giapponese, il portale gotico, la mezuzà ebraica affissa allo stipite: forme diverse di uno stesso dispositivo antropologico. Il Minimalismo ha eliminato il dispositivo proclamando che non serviva — senza chiedersi cosa producesse la sua assenza.

Il paesaggio svuotato

Quello che vale per la singola porta vale, moltiplicato per migliaia di elementi, per l’intero paesaggio urbano. Le periferie brutaliste che il secondo Novecento ha costruito in tutta Europa e nel mondo — con la sincera convinzione di stare risolvendo il problema dell’abitare di massa in modo finalmente razionale e dignitoso — sono diventate, in molti casi documentati, ambienti che producono alienazione, disgregazione comunitaria, perdita del senso di appartenenza. Il rapporto tra la qualità formale dell’ambiente costruito e i comportamenti di chi lo abita non è una suggestione estetica: è un dato.

Le periferie urbane brutaliste

Per contrasto, le piazze storiche europee — con le loro proporzioni elaborate, i portici, le facciate che dialogano tra loro, gli elementi decorosi che scandiscono il piano terreno dal piano nobile dalla cornice di coronamento — sono ancora, dove sopravvivono integre, spazi abitati, vissuti, frequentati spontaneamente. Non perché siano “belle” in senso pittoresco, ma perché parlano. Offrono all’occhio e al corpo una quantità di informazioni simboliche che strutturano l’esperienza dello stare insieme, che suggeriscono comportamenti, che attivano un senso di misura e di appartenenza condivisa.

La storica piazza europea della città di Salamanca

Gli spazi pubblici progettati secondo i canoni del Minimalismo — le piazze lastricate di granito grigio, i vuoti geometrici delimitati da superfici continue senza gerarchia né articolazione — tendono ad essere attraversati, non abitati. Sono efficienti come spazi di transizione. Sono inabitabili come spazi di sosta, di incontro, di vita comunitaria. Perché non dicono nulla a chi vi si ferma. Lo stesso vale, in scala minore ma con effetto ugualmente pervasivo, per il design degli oggetti quotidiani. Una posata disegnata con attenzione alle proporzioni — un manico che rispetti l’ergonomia ma aggiunga una qualità tattile e visiva che vada oltre la pura presa, una curva, una scanalatura, un peso calibrato — trasforma l’atto di mangiare in qualcosa di leggermente più cerimoniale di un semplice atto di nutrizione. Quel tanto che basta a ricordare, a livello subliminale, che il pasto è un atto culturale oltre che biologico. La posata minimalista ottimizzata per la produzione in serie non sbaglia nulla sul piano funzionale. Semplicemente non dice nulla.

L’ultimo stadio: il deserto digitale

Il Minimalismo ha trovato il suo territorio di elezione definitivo nell’ambiente digitale. Le interfacce, i font, le icone, i layout delle applicazioni che abitiamo per ore ogni giorno hanno raggiunto un grado di sottrazione formale che Loos avrebbe applaudito: nessun ornamento, nessun riferimento, nessuna gerarchia visiva che non sia funzionale alla navigazione immediata. La “pulizia” è diventata il valore supremo, e chiunque proponga un elemento visivo che vada oltre la stretta necessità operativa viene accusato di rumore, di distrazione, di ingombro.

l’estetica nuda di Una interfaccia digitale

Il risultato è che tutti gli ambienti digitali si assomigliano. Non perché appartengano alla stessa azienda, ma perché condividono la stessa ideologia formale: quella della sottrazione totale. Un’interfaccia bancaria, un’app di meditazione, una piattaforma di streaming, un servizio di notizie — stessa tipografia sans-serif leggera, stesso sfondo bianco o grigio chiarissimo, stessa icona ridotta all’osso. La differenza di contenuto non produce differenza di forma. E la forma identica produce, nell’utente, la stessa ipnosi quotidiana già descritta: il flusso indistinto, l’assenza di soglie, la difficoltà a percepire che si è passati da un contesto a un altro. Il Minimalismo digitale è il compimento logico di un percorso iniziato con Loos nel 1908: la progressiva eliminazione di ogni elemento formale non strettamente funzionale ha raggiunto, nell’ambiente in cui passiamo la quota maggiore del nostro tempo percettivo, la sua forma più pura e più pervasiva.

Dove eravamo rimasti

Prima che Loos scrivesse il suo saggio, il mondo stava facendo qualcosa di diverso. L’Art Nouveau — con i suoi portali fioriti, le sue ringhiere che sembrano radici o rami, le sue facciate che portano il disegno della natura dentro la città — non era semplicemente uno stile decorativo. Era il tentativo, ultimo e per molti versi estremo, di tenere insieme funzione e significato, struttura e simbolo, utilità e bellezza intesa come messaggio.

La facciata di Un edificio di victor Horta

Una stazione della metropolitana di Guimard a Parigi, un palazzo di Horta a Bruxelles, un edificio di Gaudí a Barcellona: sono luoghi funzionali che svolgono il loro compito con piena efficienza. Ma mentre lo svolgono, parlano. Parlano di crescita, di movimento, di vita organica che si manifesta anche nella città costruita. Chi li attraversa — anche chi non sa nulla di Art Nouveau — riceve un messaggio che agisce al di sotto della soglia della consapevolezza critica: questo luogo ha una qualità, questo passaggio ha un significato, qui è accaduto qualcosa.

Richiamare l’Art Nouveau non significa proporne il ritorno in forma nostalgica. Significa usarlo come punto di riferimento tecnico: l’ultima coordinata certa prima che il percorso prendesse una direzione rivelatasi, con la distanza necessaria, eccessiva. Il correttivo che il presente richiede non è il rifiuto del funzionalismo — che resta un principio imprescindibile nella sua parte propria — ma la reintegrazione del Decoro come componente progettuale legittima, necessaria, antropologicamente fondata. Non l’ornamento come aggiunta, ma la forma significante come completamento.

Il bambino e l’acqua sporca

Con il dovuto distacco storico — quello che solo la distanza temporale consente di applicare senza le passioni del momento — è giunto il momento di ammettere che qualcosa è andato perso senza che ve ne fosse la necessità. Il Novecento ha gettato via il bambino insieme all’acqua sporca: volendo eliminare l’eccesso decorativo, ha eliminato anche il Decoro; volendo liberare la forma dalla ridondanza, l’ha liberata anche dal significato; volendo costruire ambienti razionali, ha costruito ambienti muti.

E l’umanità che in quegli ambienti ha vissuto — e che negli ambienti digitali ancora più sottratti vive oggi — ha pagato un prezzo che non si misura in termini estetici ma in termini di esperienza: la perdita progressiva di un vocabolario simbolico condiviso, la difficoltà crescente di percepire i propri gesti quotidiani come parte di qualcosa che li trascende, l’ipnosi del flusso indistinto in cui tutto scorre senza mai diventare evento.

“Non avere nella tua casa nulla che tu non sappia utile, o che non creda bello.” 

WILLIAM MORRIS

No, l’ornamento non era un delitto. Era — nella sua forma propria, nel suo esercizio disciplinato di Decoro piuttosto che di Decorazione — un atto di cura verso chi avrebbe abitato quegli spazi, usato quegli oggetti, attraversato quelle soglie. Un atto di dedizione verso l’umano in quanto tale: non solo corpo che si muove nello spazio, non solo mente che elabora funzioni, ma coscienza che cerca continuamente, nell’ambiente che la circonda, i segni che le dicano dove si trova, cosa sta facendo, e perché vale la pena di farlo.

Reintegrare quella cura nel progetto contemporaneo è tutt’altro che un gesto conservatore. È un doveroso atto di correzione, frutto della stessa onestà intellettuale che riconosce l’errore compiuto e lo nomina, senza per questo buttare via ciò che di vero e necessario il funzionalismo ha portato con sé. Il funzionalismo più la forma significante: non un compromesso, ma un completamento.

Per proseguire e ora si, progredire, con la coscienza dell’esperienza storica.

Jervé
Jervé, nato Gustavo, Alberto Palumbo, artista, designer, architetto, formatore, blogger,…
Total
0
Shares
Share 0
Tweet 0
Pin it 0
Share 0
Share 0
Share 0
Share 0
Articolo Precedente
  • Arti Native
  • Spazio&Civiltà

L’insostenibile leggerezza del Kitsch

  • 1 Agosto 2026
  • Jervé
Visualizza Post
ARTI, LINGUAGGI E SOCIETÀ
  • 1
    No, l’ornamento non era un delitto
    • 24 Agosto 2026
  • 2
    L’insostenibile leggerezza del Kitsch
    • 1 Agosto 2026
  • 3
    Finestre sull’arte: la Galleria degli Uffizi
    • 11 Giugno 2026
  • 4
    Cubismo Dodecafonico
    • 23 Maggio 2026
  • 5
    La modernità della storia: il Rijksmuseum
    • 7 Maggio 2026
Parole D’Arte
  • Eurofestival celebra il trionfo della morte nell’arte

    • 13 Maggio 2024
    Visualizza Post
  • Tanto rumore per nulla

    • 12 Marzo 2023
    Visualizza Post
  • Il concetto di Arte tra Simbolismo e Psiche

    • 5 Gennaio 2023
    Visualizza Post
da Penna e Pennello
    • Arte controcorrente
    #3 Quale è l’elemento principale usato per fare arte?
    • Arte controcorrente
    #2 I tre temi dell’Arte di oggi
    • Arte controcorrente
    #1 Quando è Opera d’Arte?
Post Recenti
    • Arti Native
    • Intervista a...
    Fusari: Arte come romanzo
    • 29 Luglio 2026
    • Arti Native
    • Editoriali
    La codardìa dell’arte moderna
    • 14 Giugno 2026
    • Mostre&Eventi
    • Pittura
    Il Beato Pantone
    • 11 Aprile 2026
    • Editoriali
    • Spazio&Civiltà
    Il Goliardo noioso
    • 9 Aprile 2026
Mostre Ed Eventi
  • Il Beato Pantone
    • 11 Aprile 2026
  • “Artissime”
    • 12 Dicembre 2025
  • Eterna Pittura: intervista a Maurizio Bottoni
    • 17 Novembre 2024
FOLLOW US
Categorie
  • Arti Native
    • Architettura
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
  • Artifiction
  • Editoriali
  • Idea Ieroglifo
  • Interviste
    • Arte controcorrente
    • Intervista a…
    • Interviste ai Collezionisti
  • Mirabilia
  • Miscellanea
  • Mostre&Eventi
  • Photogallery Opere
  • Professione
  • Spazio&Civiltà
    • Arte&Scienza
    • Collezionismi
    • Design
    • Filrouge
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
    • Parole d'Arte
    • Restauro
  • Visual&Digital
    • Cinema
    • Fotografia
    • Fumetto
Photogallery Contributori
  • Enrico Meo
  • Jervé
  • Alberto Melari
Archivi
  • Agosto 2026 (2)
  • Luglio 2026 (1)
  • Giugno 2026 (2)
  • Maggio 2026 (2)
  • Aprile 2026 (3)
  • Marzo 2026 (2)
  • Dicembre 2025 (1)
  • Gennaio 2025 (1)
  • Dicembre 2024 (2)
  • Novembre 2024 (2)
  • Agosto 2024 (4)
  • Luglio 2024 (1)
  • Giugno 2024 (1)
  • Maggio 2024 (3)
  • Aprile 2024 (6)
  • Dicembre 2023 (5)
  • Novembre 2023 (6)
  • Ottobre 2023 (2)
  • Settembre 2023 (3)
  • Agosto 2023 (2)
  • Luglio 2023 (5)
  • Maggio 2023 (2)
  • Aprile 2023 (3)
  • Marzo 2023 (2)
  • Febbraio 2023 (1)
  • Gennaio 2023 (3)
  • Dicembre 2022 (4)
  • Novembre 2022 (4)
  • Novembre 2021 (1)
  • Ottobre 2021 (1)
  • Settembre 2021 (5)
  • Luglio 2021 (2)
  • Giugno 2021 (5)
  • Maggio 2021 (12)
  • Aprile 2021 (12)
  • Marzo 2021 (19)
  • Gennaio 2021 (3)
Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
  • Visual&Digital
  • Spazio&Civiltà
  • Interviste
  • Mostre&Eventi
LA PRIMA RIVISTA D'ARTE SENZA CRITICI*

Inserisci la chiave di ricerca e premi invio.