Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
    • Architettura
  • Visual&Digital
    • Fotografia
    • Cinema
    • Fumetto
  • Spazio&Civiltà
    • Mirabilia
    • Design
    • Restauro
    • Parole d’Arte
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
  • Interviste
    • Interviste ai Collezionisti
    • Arte controcorrente
    • Tutte le Interviste
  • Mostre&Eventi
  • Colophon
  • Redazione & Autori
  • Gallery Autori
  • Artifiction
  • Contatti
  • Vuoi contribuire?
  • Colophon
  • Redazione & Autori
  • Gallery Autori
  • Artifiction
  • Contatti
  • Vuoi contribuire?
Ieroglifo

la prima rivista d'arte senza critici*

Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
    • Architettura
  • Visual&Digital
    • Fotografia
    • Cinema
    • Fumetto
  • Spazio&Civiltà
    • Mirabilia
    • Design
    • Restauro
    • Parole d’Arte
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
  • Interviste
    • Interviste ai Collezionisti
    • Arte controcorrente
    • Tutte le Interviste
  • Mostre&Eventi
  • Arti Native
  • Editoriali

La codardìa dell’arte moderna

  • 14 Giugno 2026
  • Jervé
Il tribunale è vuoto, la parte non si è presentata.
Total
0
Shares
0
0
0

C’è un coraggio che si misura nel tempo, e uno che si misura nell’istante. Il primo è quello di chi affronta un confronto e ne esce, nel bene o nel male, trasformato. Il secondo è quello di chi evita il confronto dichiarandolo, con un atto di volontà, irrilevante. L’arte moderna, nella sua spinta fondativa verso il Nuovo, ha scelto sistematicamente la seconda forma di coraggio — e ha avuto la non comune abilità di farla passare per la prima.

In sé il gesto di rottura con il passato è ammirevole: ogni epoca che voglia infatti dire qualcosa di proprio deve, a un certo punto, smettere di parlare la lingua di chi l’ha preceduta. Il problema non è la rottura. Il problema è il modo in cui questa rottura è stata argomentata, o meglio non argomentata: non come superamento — che presuppone di aver attraversato ciò che si supera — ma come rifiuto pregiudiziale di misurarsi con i predecessori. Una differenza che sembra sottile e che invece è enorme, perché è la differenza tra vincere una battaglia e dichiarare che la battaglia non si terrà.

Si tratta di una scorciatoia, e come tutte le scorciatoie ha un costo che si paga dopo. Affermare il valore del Nuovo per decreto, senza che questo valore venga verificato nel confronto con ciò che esisteva prima, significa fondare un sistema di giudizio che non ha più bisogno di un esterno. E un sistema di giudizio senza esterno è, per definizione, un sistema autoreferenziale: può valutare solo sé stesso, con i propri criteri, prodotti dalle stesse premesse che dovrebbe valutare.

Il Nuovo come alibi

È qui che la dinamica diventa interessante, perché non riguarda solo le opere ma tutti gli attori del sistema — gli artisti, certo, ma anche critici, curatori, gallerie, istituzioni museali. Nessuno di questi soggetti ha avuto necessariamente la consapevolezza di operare una scorciatoia. Anzi: la convinzione sincera di partecipare a un progresso è stata, probabilmente, la condizione psicologica necessaria perché il meccanismo funzionasse. Si è trattato di una dinamica sistemica, pervasiva, che ha attraversato gli attori più che essere stata pilotata da loro.

Ma il risultato, a prescindere dalle intenzioni, è stato la costruzione progressiva di un campo culturale che si autolegittima. L’Arte Moderna ha cominciato a definire il proprio valore in base alla propria distanza da ciò che l’ha preceduta, non in base a un confronto diretto e dichiarato. L’Arte Contemporanea ha radicalizzato questo meccanismo, fino a renderlo quasi un assioma fondativo: un’opera vale, in buona parte, per la sua capacità di collocarsi in un discorso che si rivolge ad altre opere contemporanee, o al massimo moderne, raramente a un passato più remoto, e mai come termine di paragone alla pari.

“La codardia è l’incapacità di opporsi alla paura”

MAHATMA GANDHI

Si pensi a quanto sia rara, nel discorso critico contemporaneo, l’affermazione “questa opera è più riuscita di un dipinto rinascimentale” — non perché sia impensabile, ma perché i due termini sono trattati come appartenenti a categorie semplicemente incommensurabili. Comodo, per chi opera nella seconda categoria: significa non dover mai sostenere il confronto.

La traiettoria è leggibile, ed è progressiva. Il Cubismo aveva ancora bisogno della figura, anche se la smontava; l’Espressionismo Astratto si è liberato della figura ma non del gesto, della superficie, della materia — restava comunque qualcosa da guardare, anche se non c’era più nulla da riconoscere. Con il Minimalismo e con l’arte concettuale anche questo residuo è caduto: l’opera non chiede più di essere guardata, ma di essere capita attraverso un enunciato che la accompagna e che, di fatto, la sostituisce.

Un orinatoio firmato o una banana attaccata al muro con lo scotch non si misurano con Michelangelo per la semplice ragione che dichiarano, nel proprio statuto, di appartenere a un’altra partita — una partita in cui il confronto visivo, l’unico che il pubblico potesse arbitrare da sé, è stato sostituito da un confronto concettuale che richiede, per essere giocato, le credenziali di chi ne scrive le regole. Il genio della mossa — e va riconosciuto come genio — è stato proprio questo: ogni passaggio ha allontanato un po’ di più l’opera dal giudizio di chi la guarda, e un po’ di più il gioco dal dover essere giocato.

Il tribunale del Rinascimento

Vale la pena fermarsi su cosa significasse, prima, “confronto con i predecessori” — perché non era solo una questione tra artisti e committenti. Il Rinascimento non si limitò a dichiarare apertamente la sfida con l’antico: chiamò la collettività a pronunciarsi su come quella sfida fosse andata. Quando nel 1504 Firenze dovette decidere dove collocare il David appena scolpito da Michelangelo, fu convocata una commissione che includeva Leonardo, Botticelli, Filippino Lippi e altri maestri, in un dibattito che la città seguì e di cui le cronache hanno lasciato traccia. Non era un verdetto riservato a un comitato di addetti: era un atto pubblico, perché si riteneva che il pubblico avesse gli strumenti — gli occhi, la cultura visiva condivisa, il senso delle proporzioni e della grazia — per partecipare al giudizio.

Questo è il punto decisivo, e va detto senza nostalgie da belle epoche perdute: non si tratta di rimpiangere un passato più “democratico” in senso ingenuo, ma di osservare un meccanismo. Il Rinascimento dichiarò la sfida con i maestri antichi e accettò che fosse il giudizio diffuso — informato, certo, ma diffuso — a certificare se la sfida fosse stata vinta. Il linguaggio rimaneva leggibile a occhio nudo: una figura era più vera, uno spazio era più convincente, una composizione era più armoniosa, e chiunque avesse familiarità visiva con la tradizione poteva, nei limiti del proprio gusto, dirne qualcosa.

Dall’autoreferenzialità culturale a quella di mercato

Una volta stabilito un sistema di valore che non risponde a nulla fuori da sé, il passo successivo è quasi automatico: anche il mercato che su quel sistema si costruisce diventa autoreferenziale. Ed è quanto è accaduto. Il mercato dell’arte contemporanea non è un’evoluzione del mercato dell’arte antica o moderna: è un mercato nuovo, con propri meccanismi di formazione del prezzo, propri intermediari, proprie logiche di investimento, che dialoga pochissimo con il sistema di valore — storico, tecnico, iconografico — su cui si fonda la valutazione dell’arte del passato.

E i numeri di questo mercato Nuovo hanno superato, in molti casi, quelli dell’arte storicizzata. Non perché un consenso diffuso e duraturo ne avesse certificato il valore attraverso il tempo — il solo meccanismo che storicamente ha sempre stabilito quanto un’opera valga — ma perché un sistema chiuso, capace di produrre i propri criteri di valutazione, è anche capace di produrre i propri parametri di prezzo. Un’opera contemporanea può raggiungere cifre da capolavoro assoluto senza che nessuno sia tenuto a spiegare perché valga più di un Tiziano. La domanda, semplicemente, non viene posta: appartiene a un’altra conversazione, e le grandi case d’asta — che di quella conversazione sono al tempo stesso protagoniste e megafono — hanno tutto l’interesse a che resti così.

Dal giudizio diffuso all’asseverazione

Qui si misura la distanza reale tra allora e oggi. I linguaggi che l’arte contemporanea ha progressivamente adottato — concettuali, processuali, performativi, autoreferenziali per costruzione — richiedono, per essere “compresi”, un apparato di mediazione culturale che parte sempre dall’alto: il comunicato stampa della galleria, il testo curatoriale, il critico che spiega perché quell’oggetto significhi ciò che la cornice teorica dice che significhi. Senza quella mediazione, l’opera resta spesso illeggibile a chi non possiede il codice — e il codice, non a caso, lo possiedono solo coloro che lo hanno scritto o che ne fanno commercio.

La popolazione, di conseguenza, non è più chiamata a giudicare. È chiamata, nella migliore delle ipotesi, ad ammirare un giudizio già formulato altrove; nella più comune, semplicemente ad asseverarlo, prendendo atto di un valore che le viene comunicato attraverso il canale più universalmente comprensibile che esista: il prezzo. Il record d’asta, rilanciato dai media generalisti con la stessa enfasi di una notizia di cronaca, è il modo in cui il grande pubblico viene informato che quell’opera “vale” — non perché gli sia stato chiesto di guardarla e di dirne qualcosa, come a Firenze nel 1504, ma perché qualcun altro l’ha già fatto per lui, e gli ha comunicato il risultato in cifre.

È un processo di elitizzazione della cultura tanto più efficace quanto più si presenta con il vocabolario opposto. Mai come oggi si è parlato di accessibilità, inclusione, arte per tutti, musei gratuiti, didattica diffusa — e mai come oggi il giudizio di valore è stato, nei fatti, monopolio di una cerchia così ristretta di addetti ai lavori, gallerie, fondazioni e operatori di mercato. La democratizzazione dichiarata riguarda l’accesso alle sale; l’elitizzazione reale riguarda l’accesso al giudizio. E sono due cose molto diverse.

Un fatto a sé

Oggi questa dinamica appare in una fase ulteriore, di consolidamento e quasi di arroccamento. L’arte contemporanea non si presenta più come l’ultimo capitolo di una storia, ma sempre più spesso come un capitolo che ha smesso di considerarsi parte di quella storia: un fatto a sé, con una propria genealogia interna che parte da dove le serve far partire e che non ha più nemmeno bisogno di confrontarsi, per negazione o per superamento, con ciò che è venuto prima. Il confronto non è stato vinto, né perso: è stato rimosso dall’agenda, e con esso è stato rimosso anche il giudice naturale di quel confronto, cioè il pubblico stesso.

È la forma più compiuta della scorciatoia originaria, e probabilmente la sua erede più fedele: se il confronto con i predecessori era stato evitato all’origine in nome del Nuovo, oggi può essere evitato semplicemente perché il sistema è ormai abbastanza grande, ricco e autosufficiente da non averne più bisogno — e abbastanza efficace, nella propria retorica, da far credere che l’assenza di quel confronto sia essa stessa una forma di apertura.

Resta da chiedersi se un sistema costruito per non doversi mai confrontare con un metro esterno — né quello della storia, né quello, ancora più scomodo, di un pubblico a cui sia restituita la parola — possa continuare a definirsi, senza ironia, “d’avanguardia”. E se la storia dell’arte, quella vera, quella che si scrive con i secoli e non con le aste, abbia davvero già chiuso il fascicolo, o lo stia semplicemente lasciando invecchiare sulla scrivania, in attesa che qualcuno — prima o poi — lo riapra.

Jervé
Jervé, nato Gustavo, Alberto Palumbo, artista, designer, architetto, formatore, blogger,…
Total
0
Shares
Share 0
Tweet 0
Pin it 0
Share 0
Share 0
Share 0
Share 0
Related Topics
  • arte contemporanea
  • Arte moderna
  • Duchamp
  • Michelangelo
Articolo Precedente
  • Mirabilia
  • Spazio&Civiltà

Finestre sull’arte: la Galleria degli Uffizi

  • 11 Giugno 2026
  • Lisa Carmignotto Bettella
Visualizza Post
ARTI, LINGUAGGI E SOCIETÀ
  • 1
    Finestre sull’arte: la Galleria degli Uffizi
    • 11 Giugno 2026
  • 2
    Cubismo Dodecafonico
    • 23 Maggio 2026
  • 3
    La modernità della storia: il Rijksmuseum
    • 7 Maggio 2026
  • 4
    Il Goliardo noioso
    • 9 Aprile 2026
  • 5
    Ma non l’avete capito? L’arte contemporanea è alla frutta!
    • 28 Novembre 2024
Parole D’Arte
  • Eurofestival celebra il trionfo della morte nell’arte

    • 13 Maggio 2024
    Visualizza Post
  • Tanto rumore per nulla

    • 12 Marzo 2023
    Visualizza Post
  • Il concetto di Arte tra Simbolismo e Psiche

    • 5 Gennaio 2023
    Visualizza Post
da Penna e Pennello
    • Arte controcorrente
    #3 Quale è l’elemento principale usato per fare arte?
    • Arte controcorrente
    #2 I tre temi dell’Arte di oggi
    • Arte controcorrente
    #1 Quando è Opera d’Arte?
Post Recenti
    • Mostre&Eventi
    • Pittura
    Il Beato Pantone
    • 11 Aprile 2026
    • Editoriali
    L’Arte Contemporanea è ancora Contemporanea?
    • 13 Marzo 2026
    • Architettura
    • Mirabilia
    Destinazione Arte: il Musée d’Orsay
    • 9 Marzo 2026
    • Arti Native
    • Mostre&Eventi
    “Artissime”
    • 12 Dicembre 2025
Mostre Ed Eventi
  • Il Beato Pantone
    • 11 Aprile 2026
  • “Artissime”
    • 12 Dicembre 2025
  • Eterna Pittura: intervista a Maurizio Bottoni
    • 17 Novembre 2024
FOLLOW US
Categorie
  • Arti Native
    • Architettura
    • Disegno
    • Pittura
    • Scultura
  • Artifiction
  • Editoriali
  • Idea Ieroglifo
  • Interviste
    • Arte controcorrente
    • Intervista a…
    • Interviste ai Collezionisti
  • Mirabilia
  • Miscellanea
  • Mostre&Eventi
  • Photogallery Opere
  • Professione
  • Spazio&Civiltà
    • Arte&Scienza
    • Collezionismi
    • Design
    • Filrouge
    • Giovanissimi
    • Lettere alla Redazione
    • Parole d'Arte
    • Restauro
  • Visual&Digital
    • Cinema
    • Fotografia
    • Fumetto
Photogallery Contributori
  • Enrico Meo
  • Jervé
  • Alberto Melari
Archivi
  • Giugno 2026 (2)
  • Maggio 2026 (2)
  • Aprile 2026 (3)
  • Marzo 2026 (2)
  • Dicembre 2025 (1)
  • Gennaio 2025 (1)
  • Dicembre 2024 (2)
  • Novembre 2024 (2)
  • Agosto 2024 (4)
  • Luglio 2024 (1)
  • Giugno 2024 (1)
  • Maggio 2024 (3)
  • Aprile 2024 (6)
  • Dicembre 2023 (5)
  • Novembre 2023 (6)
  • Ottobre 2023 (2)
  • Settembre 2023 (3)
  • Agosto 2023 (2)
  • Luglio 2023 (5)
  • Maggio 2023 (2)
  • Aprile 2023 (3)
  • Marzo 2023 (2)
  • Febbraio 2023 (1)
  • Gennaio 2023 (3)
  • Dicembre 2022 (4)
  • Novembre 2022 (4)
  • Novembre 2021 (1)
  • Ottobre 2021 (1)
  • Settembre 2021 (5)
  • Luglio 2021 (2)
  • Giugno 2021 (5)
  • Maggio 2021 (12)
  • Aprile 2021 (12)
  • Marzo 2021 (19)
  • Gennaio 2021 (3)
Ieroglifo
  • Idea Ieroglifo
  • Editoriali
  • Arti Native
  • Visual&Digital
  • Spazio&Civiltà
  • Interviste
  • Mostre&Eventi
LA PRIMA RIVISTA D'ARTE SENZA CRITICI*

Inserisci la chiave di ricerca e premi invio.