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L’Arte Contemporanea è ancora Contemporanea?

  • 13 Marzo 2026
  • Jervé
Statue nel museo di Arte Contemporanea di Zagabria
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Avolte farsi la domanda giusta al momento giusto suggerisce molte cose. Normalmente più la domanda è semplice, Poka-Yoke (come dicono i giapponesi per significare a prova di scimmia) e più è efficace, persino devastante in certi casi. E per spoilerare subito, la risposta alla domanda del titolo è evidentemente no, certo che no, nein, Нет, Nem, Nac ydw…

L’arte contemporanea da tempo non è più al passo con la realtà del mondo di cui dovrebbe essere espressione creativa, istanza rinnovatrice, ispirazione collettiva. Ha perso il contatto con la propria epoca, diventando un relitto del passato, patetico, irrilevante e tuttavia ancora pretenzioso.

La data esatta del decesso è stata martedì 20 Gennaio 2026. Le circostanze e i dettagli li apprenderemo presto, dal momento che il flusso degli eventi è così rapido che il passaggio dalla prospettiva della cronaca a quella della storia si è drammaticamente compresso. Pertanto l’arte che fu contemporanea è ormai da considerarsi un morto che cammina.

Stupisce quindi – ma anche non tanto visti gli addetti ai lavori – l’inerzia con cui la designazione “contemporaneo” venga ancora pavlovianamente usata come sinonimo di attuale, interessante, innovativo… quando è sotto gli occhi di tutti che la sua presa sullo zeitgeist è andata irreversibilmente persa, dato il conclamato decesso.

Quindi ci troviamo nel tipico momento storico schizoide in cui quelli più svegli tra i player del settore si riposizionano rispetto ad un reperto da obitorio che comincia a puzzare, mentre gli altri che vanno ad orecchio, perché sono in contesti periferici, o semplicemente non sanno inventarsi null’altro, continuano come se nulla fosse a proporre come progressista una forma espressiva allegramente estinta come i dinosauri.

“Il tempo è spesso puntuale nel farci capire molte cose in ritardo”

GUIDO ROJETTI

Poi ci sono quelli che mormorano fra i denti, a bassa voce, sondando la reazione dell’interlocutore, che “l’arte contemporanea ha esaurito la sua spinta creativa”. Un pò come chi durante la funzione funebre racconta nelle orecchie di quello accanto delle corna che il defunto metteva alla moglie, povera vedova.

E ditelo ad alta voce, il decesso è avvenuto, e i morti non mordono.

Poi dopo averlo detto, traetene le relative conseguenze: l’arte contemporanea e coloro che se ne occupano ed interessano rappresenta il PASSATO. Irreversibilmente passato, superato, obsoleto. Chi non se ne interessa più – andando alla ricerca di qualcosa d’altro che già esiste ma non ha ancora una visibilità massificata – è invece il FUTURO. Come dice il poeta, “A guerra finita la storia gira pagina, e chi non se ne accorge rimane schiacciato”.

Ma vediamo, esaminando la salma dell’arte contemporanea, quali sono le sue caratteristiche distintive, sia nell’aspetto fenomenico che nella ritualità con cui è stato presentato al pubblico e “venduto” come elemento irrinunciabile della dotazione culturale di chi vuole contare all’interno del corpo sociale.

I musei diventati culturismo del calcestruzzo

Il Dove

Gli ambienti nei quali l’Arte Contemporanea si è supposto (e ancora si suppone) vada presentata si sono progressivamente assimilati – nella grammatica architettonica, nei materiali, nelle finiture – a spazï industriali o comunque vicini a quel tipo di costruzioni. Anche nel caso in cui vengano riusati edifici di alta epoca come contenitori espositivi, gli allestimenti tendono al minimalismo più industriale: l’optimum è pareti bianche e pavimenti in cemento o resina grigia, di lí poi le variazioni del caso. L’understatement brutalista come paradigma di riferimento a cui si ispirano musei, fondazioni, gallerie e spazi espositivi.

Il risultato simbolico dell’uso di questa cornice spaziale è che da utenti abbiamo progressivamente associato l’arte ad un contesto scarno, utilitaristico e tecnologico come quello dei luoghi “produttivi”, allontanando il manufatto artistico da un tipo di ambiente di riferimento “umanista” al quale precedentemente lo associavamo.

La residua componente emozionale della cornice espositiva è data dall’illuminazione, che viene concepita obbligatoriamente (e giustamente, peraltro) da effettuarsi con apparecchi illuminotecnici a flusso luminoso controllato secondo caratteri specifici.

Una di quelle magnifiche installazioni d’arte che “vista una volta, te la dimentichi per sempre”

Il Cosa

Cosa si espone nei garage-magazzino-officina dal look and feel così tipicizzato è il secondo punto cruciale. Sarebbero, va da sé, opere d’arte, tuttavia per una serie di ragioni interconnesse in molti casi esse non ne hanno minimamente l’aspetto, al punto da generare dubbi ontologici.

Nel tempo ha prevalso il concetto di installazione, quale che sia la formula delle opere poste in esposizione. Installazione come disposizione spaziale di oggetti e costrutti artistici di varia natura, dalla funzione significante, oppure disposizione di manufatti più codificati come dipinti, sculture, e simili, sono comunque assimilati al termine “installazione”, anch’esso curiosamente mutuato dal gergo dei tecnici impiantisti, che, appunto “installano” un impianto, un software, una app. Anche qui l’atmosfera espressiva è quella industriale, non quella umanistica. Opere come materiale/merce da inserire nello slot funzionale a qualcosa.

In caso di arti performative anziché installative non si produce la magia straniante che accade nei contesti teatrali, il tipo di spazio funzionalista fa in modo che percettivamente la performance venga vissuta dal pubblico non tanto come un accadimento drammatico, quanto come una prestazione circense da strada o alternativamente una seduta terapica in un centro di malattie mentali.

“repetita iuvant”: reiterare il nulla sperando che diventi qualcosa…

Il Quanto

“Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà verità”. Non lo disse Goebbels, anche se tutti a lui attribuiscono questa frase, proprio per il motivo che la frase descrive. Nell’arte contemporanea la ripetizione e il gigantismo sono aspetti costitutivi del contenuto artistico. Soprattutto da Warhol in poi, con la complicità della tecnologia che ha reso la ripetizione possibile – dapprima la serigrafia, oggi il digitale – ripetere il contenuto di un’opera in tanti esemplari identici e presentarli in un insieme ordinato e coeso come opera più “complessa” è stata ritenuta una buona idea, tanto buona da permettere di cambiare lo stato del contenuto puro e semplice dell’opera singola. Ovverossia se un’opera singola non ha in sé alcun significato, il fatto di moltiplicarla in molti esemplari organizzati spazialmente con ordine farebbe nascere un significato dove non c’era.

Discorso analogo per le dimensioni: se un’opera di piccole dimensioni non “funziona” nel senso che non provoca effetto rilevabile sullo spettatore, il semplice fatto di cambiare la relazione dimensionale con esso ingigantendo impositivamente l’opera convertirebbe l’irrilevanza in rilevanza. Questo secondo la sintassi espressiva dell’arte contemporanea. Peccato però che non corrisponda al vero.

ECB – Vernissage ad una mostra di arte contemporanea in polonia. Inconfondibili le espressioni dei visitatori a bocca aperta con mascella in avanti e sguardo perso sulle didascalie

Il Come

Guardare gli opening event di arte contemporanea con l’occhio del biologo che osserva una colonia di cormorani è una esperienza magnifica, perché la quantità di gesti “liturgici” il cui senso apparente rimane ignoto è semplicemente stupefacente. Con l’avvento del Politically Correct la situazione ha toccato poi nuove vette di ingegneria sociale. Non c’è bisogno di dilungarsi, questo aspetto è stato già “trattato” in film, schetch, piece teatrali.

L’arte “declassata” a design. Con tutto il rispetto per il design, che è indispensabile, ma non sufficiente in sé.

Il Perché

Se nell’arte contemporanea l’artista diventa brand e l’opera diventa merce/prodotto, ecco che il Design, musa e nume tutelare dell’industria che vuol far bene il proprio lavoro, contamina l’opera fino a mangiarsela. L’arte smette di parlare al cuore e inizia a parlare al prolabio, quell’organo situato nei tessuti sotto la pelle tra il labbro superiore e il naso, organo responsabile di quel comportamento che prende il nome di “puzzanasismo”.

Le opere si sono trasformate in “cose”. ingombranti, peraltro

Il quando

Quando si smonta una mostra di arte contemporanea, le “opere” cessano di avere l’effetto illusorio che in qualche modo avevano nel contesto espositivo, con tutti gli accorgimenti surrettizi del caso, e ritornano ad essere quello che sono: degli ingombri in un magazzino.

Se non c’è un video non ci si diverte (biocca exibition)

E per finire, video.

La quantità di dispositivi video digitali di ogni tipo e dimensione, sui quali appaiono immagini nella vita di ognuno di noi ha raggiunto globalmente la dimensione di decine di miliardi di unità.

I tipi di video ad alto ingaggio che possono essere prodotti con AI generative anche da un bambino sono infiniti.

E c’è ancora nell’arte contemporanea chi usa video come contenuto artistico e non documentale, commerciale, di intrattenimento.

È finita, questa roba non se la fuma più nessuno sano di mente.

Jervé
Jervé, nato Gustavo, Alberto Palumbo, artista, designer, architetto, formatore, blogger,…
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