Quando l’arte si traveste da coscienza del mondo
Di Donatella Galasso
C’è una nuova moda che sembra pervadere il mondo dell’arte contemporanea: parlare di spiritualità senza parlarne davvero. Ebbene sì, dopo anni in cui ogni forma di discorso sacro legato alle opere d’arte era stato sepolto per far spazio a innumerevoli lavori di artisti che focalizzavano la loro attenzione su critica sociale, prese di posizione ideologiche e politiche o vere e proprie opere che sbeffeggiavano la spiritualità, senza mai indagare davvero il rapporto tra uomo, sacro e divino, se non cercando di scandalizzare il – fin troppo paziente – pubblico dell’arte contemporanea.
Ad Artissima 2026, presso la Galleria Cortese, è “apparsa” una Madonna rappresentata di spalle, dell’autore Marcello Maloberti. La gallerista, parlando dell’opera, afferma che l’icona della Madonna è stata messa di spalle, come monito agli uomini, una Madonna offesa dalle guerre e dalle brutture del mondo. Una lettura suggestiva, e sicuramente d’effetto.
Ma è inevitabile una domanda: a cosa siamo davvero davanti? A una riflessione che spinge ad interrogarsi oppure siamo a una narrazione costruita intorno all’opera per conferirle una presunta profondità?

L’operazione sembra più essere interessata a creare la possibilità di rivestire la statua di un’aura spirituale, di trasformarla in una sorta di oracolo capace di interpretare le inquietudini del nostro tempo. Ma mi chiedo, da quando una figura sacra diventa un dispositivo attraverso il quale raccontare il disagio del presente?
Il problema è banalizzare il rapporto con il sacro come formule retoriche, con parole che cercano di nobilitare qualsiasi operazione artistica. Oggi più che mai sembra quasi che non sia più sufficiente realizzare un’opera: bisogna anche dichiarare di aver interrogato l’invisibile, evocare il sacro, denunciato la crisi dell’umanità. Una specie di spiritualità prêt-à-porter, pronta all’uso. Ma la spiritualità non è un effetto speciale e neppure un argomento da inserire in una presentazione per elevare il rango di un lavoro. Non coincide con la presenza di un simbolo religioso o con una dichiarazione di intenti.
L’arte, nella sua storia più alta e significativa, è sempre stata interprete del rapporto fra uomo e spiritualità nel corso dei secoli; la vera anomalia è stata di una grandissima parte dell’arte moderna e contemporanea che da un certo periodo in poi ha interrotto tale rapporto. Inoltre, nell’iconografia cristiana, il volto ha un’importanza particolare: permette di riconoscere la persona rappresentata, esprime la sua santità, la sua maternità e la sua relazione con Dio. Consente al fedele di entrare simbolicamente in relazione con la figura sacra.
Interrompere il rapporto visivo con il volto della Madonna e colui che gli si pone davanti è un atto che nulla ha a che fare con la creazione di un ponte fra opera e fruitore capace davvero di interrograsi su un messaggio, significa invece spezzare il rapporto con il trascendente, con il divino e con la spiritualità stessa, quella che dovrebbe interrogare e scuotere l’anima.
“Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”
CARL GUSTAV JUNG
La vera dimensione spirituale, quando esiste, non ha bisogno di essere continuamente proclamata. Si manifesta nella necessità del gesto, nella qualità della forma, nella capacità di generare un’esperienza che superi la superficie delle cose. È qualcosa che si percepisce, non qualcosa che si impone attraverso una spiegazione.
Decontestualizzare un statua della Madonna e attribuirle significati avulsi dalla spiritualità può essere un esercizio adatto a fare effetto all’interno di una fiera, ma il suo valore simbolico, stilistico e concettuale è totalmente nullo.
Forse il problema più profondo dell’attuale sistema dell’arte è proprio questo: la progressiva sostituzione dell’esperienza con il discorso sull’esperienza. Le opere, e non da oggi, hanno sempre bisogno di essere accompagnate, giustificate, decodificate, caricate di significati che spesso vengono attribuiti, ma di cui non c’è davvero nessuna traccia.
Il testo curatoriale diventa così un modo di legittimare lavori senza aura e senza anima, e mentre si moltiplicano le invocazioni al sacro, all’invisibile e alla coscienza cosmica, resta in sospeso una questione assai più semplice e radicale: dov’è la relazione fra uomo e spiritualità? Non quella decorativa, rassicurante o compiacente, ma il sacro come forma di conoscenza, come rivelazione, come esperienza capace di mettere l’essere umano in relazione con qualcosa che lo supera.

Pensiamo, al contrario, alla forza di capolavori che hanno saputo incarnare questa tensione senza bisogno di sovrastrutture retoriche. Nella Crocifissione di San Pietro di Caravaggio, la spiritualità non si manifesta in un’estasi idealizzata, ma nella carne tragica, nell’ombra e nel peso reale di un corpo che affronta il martirio: qui la divinità si scontra direttamente con la condizione umana, costringendo chi osserva a interrogarsi sul senso della fede, della sofferenza e del limite.
E non basta certo mettere una Madonna di spalle per trasformare un’immagine in una meditazione sul destino dell’umanità.
Forse sarebbe il momento di restituire all’arte il diritto di essere giudicata per ciò che è, prima ancora che per ciò che pretende di raccontare. Perché la spiritualità autentica non ha bisogno di travestimenti e la grande arte non ha bisogno di proclami: ha bisogno di necessità, verità e bellezza.
Donatella Galasso