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Banane e Tamponi

  • 7 Settembre 2021
  • Redazione
Enrico Baj – Lo stratega del doppio gioco
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Di Lino Dagnello

La creatività italiana non è un’esclusiva del nostro grande passato. C’è una ricca realtà di artisti contemporanei, di grandi maestri e di giovani emergenti che nell’era del digitale hanno una straordinaria opportunità di crescita.

L’Italia ha compiuto per troppo tempo l’errore di concentrarsi sulla tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio storico, istintivamente marginalizzando il contemporaneo.

A suo tempo, la scelta di allinearci agli altri Paesi, dando vita a un grande museo nazionale delle arti del XXI secolo, è stata importante e lungimirante e non va dimenticata.

Queste le parole del ministro Dario Franceschini nel febbraio 2020, in occasione del decimo anniversario dell’apertura del Maxxi a Roma. Insomma si deve un po’ mettere da parte le gloriose vestigia del passato e puntare di più sul contemporaneo.

Il Maxxi, Museo delle arti del xxi secolo, a Roma

Certo, però bisognerebbe innanzitutto spiegarsi su cosa s’intende per contemporaneo, dacché non si può continuare a giocare sulla ambigua coincidenza tra contemporaneo e arte contemporanea.

Molti infatti non hanno ancora capito che “arte contemporanea” non è una definizione temporale, ma piuttosto una definizione di genere, come può essere “cubismo”, “impressionismo”, ecc.

Va da sé che qualunque arte è stata contemporanea quando è stata creata. La definizione “arte contemporanea” è usata in modo infingardo per far credere al pubblico che gli artisti di oggi fanno solo quel genere d’arte.

E invece ci sono tanti artisti contemporanei che fanno un’arte validissima al di fuori del genere “arte contemporanea”, ma questi al Maxxi non mi pare li vedremo mai.
A parte questa contraddizione il Maxxi si caratterizza anche per uno strano rapporto tra interessi pubblici e privati: vive infatti l’anomala condizione di museo statale affidato in gestione ad una fondazione di diritto privato.

L’interno del MAXXI

Sin dalla sua gestazione è stato oggetto di polemiche per l’ambiziosità del progetto,
affidato all’archistar Zaha Hadid. L’imponente edificio di cemento s’è poi rivelato più scenografico che funzionale: a guardarlo bene pare un grande centro commerciale dove andare a consumare arte contemporanea.

Polemiche anche per la poco convincente giustificazione culturale, per la forte volontà politica di portare alla luce questo museo che, appena nato, era già in fase di rilancio. Proprio per il decennale il Mibact ha incrementato le risorse a sostegno del Maxxi, permettendo l’acquisizione di nuove opere per la collezione permanente.

Chi più incarna queste polemiche è proprio colei che è considerata la madre del Maxxi, ovvero Giovanna Melandri; che da ministro dei beni culturali ne varò il progetto, venendone poi chiamata alla guida nell’ottobre 2012 in qualità di presidente della Fondazione Maxxi.

Un anno spumeggiante il 2012 per la Melandri, che già in marzo è fondatrice e presidente di Human Foundation, nata per promuovere la finanza sociale, sul modello di PlaNet Finance di Jacques Attali (che figura nell’Advisory Board della stessa).

L’opera di Enrico Baj, emblematica della situazione di doppiogioco che stiamo vivendo, nella sua drammatica completezza.

In pratica una fondazione nata con l’obiettivo di diffondere anche qui in Italia quel capitalismo filantropico che già imperversava in altri paesi. Curioso come poi la figura del filantropo sia salita alla ribalta, in una lettura quantomai controversa, soprattutto in questi ultimi tempi così funesti.

Funzioni sociali e filantropiche dovrebbero averle anche le fondazioni bancarie, frutto di un espediente tecnico ideato negli anni 90 con lo scopo di poter privatizzare le casse di risparmio (ce lo chiedeva l’Europa…). In pratica enti privati che si trovano a gestire a propria discrezionalità ingenti capitali appartenenti alla collettività.

A parte che spesso queste fondazioni continuano di fatto ad essere proprietarie delle banche (emblematico il caso MPS), comunque è frequente trovare queste fondazioni che finanziano improbabili progetti culturali, riqualificazioni urbane che si rivelano investimenti immobiliari, per non parlare poi della volontà, ma spesso è solo un mero capriccio di chi è a capo di queste fondazioni, di mettere in piedi collezioni d’arte e di aprire musei che poi risultano fallimentari, fino a dirette erogazioni filantropiche a soggetti vicini alla fondazione.

Philantrocapitalism – © Times Higher Education

Il sistema dell’arte non è solo il mercato dell’arte con tutto il suo sfarfallio di quotazioni, quello è solo l’effetto effervescente sulla scena. C’è tutto un back office che delinea indirizzi e dinamiche che l’arte deve seguire.

E non è un caso se ci si ritrova sempre certe fondazioni, certe associazioni no-profit, certi think tank, certi filantropi, ecc. che sostengono un certo tipo di arte e di cultura.
Si è voluta un’arte depotenziata che non stimoli alcun pensiero critico, un’arte senza alcun portato noetico per favorire l’ottundimento delle masse.

In fondo, quando hai messo in piedi un sistema tale da convincere la stragrande maggioranza della gente, compresi i cosiddetti intellettuali, che una banana appiccicata al muro con lo scotch sia un gran capolavoro d’arte, non è poi difficile far passare un virus mai isolato per il più insidioso pericolo mortale per l’umanità tutta.

L’arte contemporanea si caratterizza proprio per l’adesione acritica richiesta ai suoi fruitori: opere spesso di sconfortante banalità e vaghezza semantica da poterci ricamare su qualsiasi interpretazione e asfissiante elucubrazione per convincere il pubblico di trovarsi di fronte a grandi capolavori; e chi non è convinto è
fuori dal gruppo degli eletti.

Le Arti sono un barometro di quanto accade nel mondo ancora migliore del mercato azionario o dei dibattiti congressuali.


Hendrick Willem Van Loon

Questo abbindolamento ermeneutico somiglia tanto ad un loop riflessivo, come direbbe Karl Popper, una sorta di meccanismo di profezia autoavverantesi. Ed è consequenziale che l’arte contemporanea diventi oggetto del fondamentalismo del mercato innescando un fenomeno appunto riflessivo, secondo il concetto di riflessività nei mercati finanziari teorizzato da G.Soros (che di Popper
è stato allievo), insomma una grande bolla speculativa.

Il filosofo Karl Popper

E un loop riflessivo è anche quello in cui noi tutti siam caduti attualmente. Si pensi ai tamponi che, per quanto poco affidabili, si continua allegramente a fare per scovare chi si è contagiato con questo virus così pericoloso, per lo più risultano asintomatici e senza il suddetto tampone non saprebbero neanche di essersi contagiati.

Oppure si pensi ai vaccini che si dimostrano scarsamente efficaci (“funzionicchiano“, come dice l’infettivologo Massimo Galli), che non proteggono dal contagio, e quindi si decide di farne ancora più.

Non è una pandemia quel che stiamo vivendo quanto piuttosto una bolla pandemica che ha impanicato i più, che con il loro atteggiamento accrescono la bolla. E chissà che non ci aspetti una generale scialbatura su tutta la vera arte, come accadeva un tempo durante o dopo epidemie e pestilenze.

Lino Dagnello

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